Campo missionario in Perù: il cuore che lievita
DI GIACOMO CARNERO
Mi chiamo Giacomo, un ragazzo romano di 24 anni, e ho da poco finito la mia seconda esperienza di uno dei gemellaggi della Cvx, organizzato dalla Compagnia del Perù al Caef (Centro di Educazione e Attenzione alla Famiglia).
Quest’anno ho avuto la possibilità di viaggiare scoprendo molte realtà diverse, conoscendo culture, ascoltando tante persone e storie, definendo dentro di me un cerchio delle cose davvero importanti: là dentro sono ben presenti la Compagnia del Perù e il Caef.
Mi ricordo in particolare un giorno di aprile in Svezia: mentre ero sul letto a guardare il paesaggio innevato, mi è tornato alla mente uno dei tanti momenti vissuti insieme ai bambini della casa.
Un flashback di quando mostravo loro dal computer le foto scattate nei giorni precedenti, sentendo la loro meraviglia e vedendo i loro occhi fissi sullo schermo. Questo ricordo non è stato l’unico: ne sono arrivati a tratti molti altri, accompagnandomi fino al giorno del ritorno alla casa. Il primo campo che avevo fatto non mi aveva mai lasciato: era dentro di me e stava lievitando. Non cercava di darmi risposte, ma lasciava che i miei occhi potessero osservare con il cuore, il cuore di uno dei bambini del centro.
Questo ritorno in Perù, di conseguenza, è stato il proseguimento di una crescita iniziata insieme ad altri compagni d’avventura, come sempre uniti nella volontà di donarsi e di scoprire nuovi modi di esserci.
Purtroppo, anche se mi sento “lievitato” rispetto all’anno scorso, nel momento in cui dal finestrino dell’aereo le nuvole si diradano e la città di Lima appare, sembra la stessa di un anno fa. È una sensazione che continua a Pamplona Alta, un quartiere su una collina costituito da case di fortuna; dove ogni anno, con l’associazione Acompañame, andiamo per conoscere la realtà e incontrare i bambini che vivono lì ogni giorno.
Rivedere la spazzatura bruciata a bordo strada, case con tetti di lamiera tenuti da sassi e acque nere che scorrono liberamente mi ha lasciato nuovamente senza parole, con della rabbia dentro, al pensiero che in un anno nulla fosse cambiato.
Per fortuna, il tempo per abbatterci ci viene tolto dal trascorrere le giornate con i bambini e i ragazzi del posto. Quando iniziano ad arrivare, rendono il luogo vivo; vedere il sorriso di alcuni di loro ti ridà la speranza che un giorno tutto questo possa cambiare…
Esperienze così forti durante il campo avvengono in forme diverse, e il supporto del gruppo è essenziale
Per questo ogni sera, quando ci riuniamo per la nostra condivisione giornaliera, è bello poter alleggerire il peso di ciò che si è visto e sentito, portando insieme l’esperienza vissuta.
Terminati i giorni a Lima, arriva uno dei momenti più belli del campo: l’arrivo alla casa del Caef. Qui la mente si svuota completamente e gli occhi iniziano ad assorbire tanta bellezza e la vitalità di questi bimbi.
Rivivendo questa esperienza per la seconda volta, mi sono sentito fortunato nel notare quanto, al Caef, le cose siano invece cambiate in un anno: tanti sono cresciuti e hanno iniziato a sorridere di più, alcuni hanno cambiato acconciatura e tutti insieme hanno imparato nuove coreografie e balli, tirando fuori le loro abilità migliori. Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Il tempo nella casa è molto elastico: alcune giornate sembrano volare in uno schiocco di dita, mentre altre sembrano allungarsi, specialmente quando capitano gli imprevisti “alla peruviana” e i bambini, super energici, non possono sfogarsi al campo sportivo, ma si trovano nei gruppi di formazione o accademici.
Il nostro compito in queste tre settimane dentro la casa ci viene spiegato durante la formazione
Quest’anno si è deciso di applicare la divisione in gruppi ABC: noi volontari e i ragazzi della casa siamo stati divisi in tre gruppi (Formazione, Accademico e Sportivo da parte nostra; Piccoli, Mediani e Grandi da parte loro), ruotando ogni giorno.
Durante queste attività ci rendiamo conto di ciò che c’è sotto la superficie dell’iceberg: andiamo a fondo a livello emotivo ed educativo e ci accorgiamo di tutto il lavoro svolto e di quello che andrà fatto nei mesi a venire grazie alle educatrici che ogni giorno stanno con loro.
Quest’anno ho ricevuto il regalo di poter trascorrere tre mattinate a scuola con R., un bambino della casa che ha necessità di un insegnante di sostegno durante le ore di lezione.
La mia solita sveglia delle 7:25 (per la condivisione delle 7:30) è stata di gran lunga anticipata, ma ne è valsa assolutamente la pena.
Poter stare con lui anche al di fuori della casa, in uno degli ambienti più normali della vita di un bambino, è bellissimo: ti fa rendere conto delle differenze tangibili che alcuni di questi bambini vivono rispetto ai loro coetanei, facendo apprezzare ancora di più il supporto che offriamo per dare loro le stesse opportunità degli altri, in un Paese che altrimenti rischierebbe di lasciarli a se stessi.
Il momento della ricreazione lo aspettavo per tutta la giornata e allo stesso tempo lo temevo, per la paura di perdere di vista R.
Era da anni che non sentivo così tante grida di felicità di bambini che corrono nei cortili giocando a palla, rincorrendosi o guardando i più grandi giocare a pallavolo o calcio.
Nel mentre, alcuni amici di R. venivano da me e chiacchieravamo di come si vive in Italia, delle differenze tra i nostri Paesi e di quali fossero i nostri cartoni animati preferiti.
Uno dei ricordi che mi resterà di più nel cuore è il ritorno alla casa con R. e la sua sorellina Y.: li ho accompagnati mano nella mano fino alla porta, mentre chiacchieravano della loro giornata e di cosa avrebbero voluto mangiare a pranzo.
La vita nella casa è scandita da vari momenti per me fondamentali
Il primo è la colazione: l’energia per affrontare la giornata arriva dai panini con la marmellata di fragole, una delizia peruviana che ci accompagna ogni anno.
Il secondo momento, utile per recuperare le energie mentali, sono i giochi di carte la sera: terminata la condivisione, si trova una superficie abbastanza piana in uno spazio che non permetta a nessuno di sbirciare, e si inizia a giocare a briscola.
Una delle figure pilastro di questo campo è Padre Alessandro Viano S.I. (Padrecito), che ci offre un filo conduttore per l’intero campo. Con lui ci svegliamo e ci lasciamo ispirare dalle riflessioni della sera.
Quest’anno, insieme a lui, molti bambini della casa hanno potuto ricevere il Battesimo e la Prima Comunione.
Io ho avuto l’onore di osservare da vicino, come chierichetto accanto a padre Alessandro, lo stupore sui volti di ognuno di loro mentre ricevevano i sacramenti: la tensione iniziale svaniva e li vedevi sollevati, felici di essere stati accolti in una nuova grande famiglia.
I momenti più duri del campo sono in assoluto gli ultimi giorni. La tensione si respira nell’aria: i bambini sanno che manca poco alla nostra partenza e iniziano a chiederci cosa succederà l’anno prossimo e chi tornerà. In particolare quest’anno, parlando con N. l’ultimo giorno, l’ho vista infastidita da tutto ciò che accadeva; parlandoci è stato chiaro che stava soffrendo per la nostra partenza, sapendo anche che tra pochi mesi dovrà decidere se rimanere nella casa o meno.
Questi ragazzi hanno vissuto nella loro vita abbandoni difficili e il nostro compito, in quel momento, è stare loro accanto nel modo giusto, ancor più di quanto fatto durante tutto il campo.
La sera della partenza arriva velocemente e, dopo un rapido saluto, abbiamo dovuto lasciare i loro sguardi e i loro abbracci.
Ora iniziamo già a contare i giorni che mancano all’inizio del nuovo campo, per tornare là, vedere quanto sono cresciuti, scoprire quante cose hanno imparato e continuare a supportarli come meritano.











