Campo missionario a Cuba: nel cuore di un paese alla deriva
DI MATTEO LECIS COCCO ORTU
In ventotto anni che sono nella CvX-Lms, ad agosto ho partecipato al mio primo campo missionario di volontariato. E mi chiedo come mai non l’abbia fatto prima.
È un modo di vivere la fede incarnata nel concreto e nelle ferite del nostro tempo. Hai modo di confrontarti con te stesso e con Dio faccia a faccia, nei sorrisi e negli abbracci che ricevi aiutando chi ha bisogno, finendo poi per essere aiutato tu stesso a cambiare gli occhi con cui guardi il mondo.
Forse è proprio questa la cosa più importante che porto a casa da Cuba: non tanto la sensazione di aver fatto qualcosa per qualcuno, ma quella di essere tornato con qualche certezza in meno, molte domande in più e uno sguardo diverso sulle persone, sulle disuguaglianze, sulla politica e anche sulla mia fede.
Il campo: incontrarsi prima ancora che aiutare
Siamo partiti dall’Italia in una trentina, ragazze e ragazzi di età, città, esperienze e percorsi diversi, per il campo organizzato dalla Comunità di Vita Cristiana, accompagnati da padre Massimo Nevola S.I. e padre Bartolomeo Puca, che da più di vent’anni costruiscono a Cuba relazioni, percorsi di solidarietà e occasioni di incontro. E abbiamo condiviso l’esperienza con una coppia di volontari cubani che in poche settimane sono diventati per noi famiglia.
Uno dei centri delle nostre giornate è il convento di Belén, nel cuore dell’Habana Vieja. Un enorme edificio coloniale, un tempo convento gesuita, che nella sua storia ha ospitato persino una delle prime piscine coperte dell’America Latina e che oggi è un centro sociale statale, dedicato in particolare agli anziani e bambini del quartiere, frutto del lavoro di recupero urbanistico e sociale del centro storico guidato negli anni da Eusebio Leal Spengler, celebre Historiador de la Ciudad de La Habana.
Lì abbiamo organizzato corsi di italiano per bambini, adolescenti, giovani e anziani. Io ho lavorato in particolare con questi ultimi.
Dire “corso di italiano”, però, racconta molto poco di quello che accadeva ogni mattina per tre settimane. Le parole diventavano rapidamente racconti di vita, ricordi, canzoni, domande reciproche. I giovani e gli adolescenti erano soprattutto ragazze e ragazzi che Comunità di Sant’Egidio la bellissima Comunità di Sant’Egidio che ha sede proprio di fronte al convento e con cui abbiamo stretto amicizie e collaborazioni. Gli anziani erano tra i sessanta e i novant’anni e ci raccontavano la loro Cuba e, mentre cercavamo di insegnare qualche parola della nostra lingua, erano loro a consegnarci pezzi della storia dell’isola.
Abbiamo incontrato generazioni che hanno attraversato la Rivoluzione, la Guerra fredda, il “periodo especial” seguito al crollo dell’Unione Sovietica e le tante crisi economiche degli ultimi decenni. Molti degli anziani conservano una gratitudine profondissima verso Fidel Castro. Non una posizione letta su un libro di storia, ma la memoria concreta di chi associa la Rivoluzione alla possibilità di studiare, avere una casa, ricevere cure mediche, trovare un lavoro.
Tra i più giovani il racconto cambia
C’è molta più insofferenza verso il governo, verso l’assenza di pluralismo politico, verso le difficoltà economiche e verso un sistema che appare incapace di offrire loro una prospettiva. Molti hanno un familiare all’estero o pensano essi stessi di partire. E confrontare queste generazioni, senza poter ridurre nessuna delle due a uno slogan, è stato uno degli incontri più interessanti del viaggio.
Accanto alle attività di Belén abbiamo condiviso il servizio nel quartiere popolare del Pilar insieme alle ragazze cubane che per tutto l’anno seguono i bambini del quartiere insieme alle suore che ci ospitano e nella struttura statale della Edad de Oro, dove vivono un centinaio di persone con disabilità, anche molto gravi. Sono luoghi nei quali la parola “missione” perde ogni possibile retorica.
Davanti a una persona fragile non serve avere una teoria sul mondo. Serve esserci.
Giocare con un bambino. Restare accanto a chi non può parlare. Ascoltare una persona anziana raccontarti per l’ennesima volta una storia che per lei è importante. Accettare persino di sentirsi inutili.
È probabilmente qui che ho capito meglio la dimensione profondamente ignaziana di questa esperienza: cercare Dio nelle cose, nelle persone e nella storia concreta, senza separare la preghiera dalla realtà.
Per questo alla fine del campo è difficile dire chi abbia aiutato chi
Noi abbiamo portato materiale, tempo, energie, attività, medicine e un po’ delle risorse che avevamo raccolto in Italia. Ma abbiamo ricevuto una quantità di affetto sproporzionata rispetto a ciò che abbiamo dato.
Una città al buio
Fuori da Belén, però, c’è la Cuba dell’agosto 2026.
Arrivare di notte all’aeroporto dell’Avana significa entrare immediatamente dentro una delle crisi più profonde che il Paese abbia attraversato negli ultimi decenni. La prima impressione è il buio.
Di notte interi quartieri dell’Avana restano senza illuminazione. Nei mesi precedenti il nostro arrivo, il sistema elettrico nazionale è collassato ripetutamente e durante la nostra permanenza gli apagones (i black out) potevano durare molte ore.
Senza energia non funzionano i ventilatori nelle giornate in cui il caldo diventa difficilmente sopportabile; in molti palazzi non arriva l’acqua ai piani superiori, perché non funzionano le pompe; frigoriferi e congelatori si spengono; spesso scompare anche la connessione internet.
Gli Stati Uniti hanno ulteriormente aggravato la situazione energetica attraverso le misure adottate nel 2026 contro i Paesi che vendono petrolio a Cuba, provocando una drastica riduzione delle forniture all’isola. Ma sarebbe intellettualmente scorretto attribuire tutto ciò che accade soltanto al bloqueo (l’embargo statunitense che va avanti da sessant’anni e che l’attuale amministrazione Trump sta inumanamente inasprendo): Cuba paga contemporaneamente un sistema elettrico vecchio e fragile, decenni di insufficiente manutenzione, gli errori della propria organizzazione economica e una dipendenza energetica che negli anni non è stata superata.
È precisamente l’intreccio di questi fattori a rendere oggi la situazione esplosiva, i cui effetti si vedono nella vita quotidiana.
Ci sono pochissime automobili e ancora meno mezzi pubblici. Molti dei motorini e dei piccoli tricicli che attraversano l’Habana Vieja sono elettrici, spesso di produzione cinese. Tornano a comparire carretti e mezzi trainati dai cavalli.
La scarsità di carburante significa anche avere meno camion per raccogliere i rifiuti. Agli angoli delle strade si formano cumuli di spazzatura che uomini e donne cercano spesso di raccogliere manualmente, con carretti e secchi. Dopo gli improvvisi temporali tropicali dell’estate, con temperature altissime, tutto diventa ancora più difficile.
La città che molti ricordano piena di turisti è quasi vuota: il Malecón, il Paseo del Prado, la Plaza de la Revolución e le strade dell’Habana Vieja conservano una bellezza straordinaria, ma sembrano attraversate da una strana sospensione.
Molti locali che vivevano di turismo sono chiusi
Alberghi semivuoti. Pochissimi stranieri.
E allora sono soprattutto i cubani a occupare lo spazio della città. Le strade diventano mercati improvvisati di frutta, campi di calcio dei bambini, salotti all’aperto, campi per appassionate sfide di domino. Davanti alle case si mettono le sedie sul marciapiede e si parla, un po’ come accadeva — e qualche volta accade ancora — nei nostri paesi.
In quelle strade si incontrano contemporaneamente una straordinaria vitalità e una povertà che non può essere romanticizzata. Capita che bambini e adulti ti chiedano soldi, cibo, medicine. Capita di incontrare persone che non sanno se riusciranno a mangiare il giorno successivo. La scarsità di farmaci è particolarmente dolorosa e colpisce inevitabilmente prima chi è più fragile.
Ed è impossibile non pensare che dietro ogni grande scelta geopolitica ci siano sempre corpi concreti sui quali ne ricadono le conseguenze.
Le contraddizioni di Cuba
Poi percorri appena 130 chilometri e arrivi a Varadero e sembra un altro Paese.
Negli alberghi destinati al turismo gli apagones quasi non esistono, internet funziona, i servizi sono disponibili e davanti hai alcune delle spiagge più belle dei Caraibi.
È un’esperienza straniante che abbiamo fatto dopo la prima settimana di campo.
Fino a pochi decenni fa molti di questi luoghi erano di fatto inaccessibili alla grande maggioranza dei cubani. Oggi negli alberghi abbiamo incontrato anche famiglie cubane che possono permetterseli, mentre per la maggior parte della popolazione una vacanza lì resta semplicemente inconcepibile.
Cuba porta quindi dentro di sé le stesse contraddizioni che attraversano gran parte del mondo: la distanza tra chi ha accesso alle risorse e chi non ce l’ha; tra chi riceve dollari o euro dall’estero e chi vive soltanto di uno stipendio pubblico; tra chi ha parenti emigrati che possono sostenerlo e chi non li ha.
L’inflazione ha amplificato enormemente queste differenze. Il peso cubano ha perso rapidamente valore e uno stipendio statale vale ormai pochissimo se confrontato con i prezzi reali di molti beni. Per questo le rimesse provenienti dai cubani emigrati negli Stati Uniti, in Messico, in Europa e in altri Paesi sono diventate essenziali per moltissime famiglie.
Anche qui bisogna resistere alla tentazione delle spiegazioni semplici.
Cuba non può essere raccontata né come il paradiso socialista distrutto esclusivamente dagli Stati Uniti, né come la dimostrazione definitiva del fallimento del socialismo.
La realtà che abbiamo incontrato è molto più complessa
La Rivoluzione ha prodotto conquiste sociali reali: alfabetizzazione, istruzione diffusa, accesso universale alla sanità, una forte riduzione delle disuguaglianze che caratterizzavano l’isola prima del 1959. Ma nel corso dei decenni il sistema ha anche eliminato il pluralismo politico, la libertà di espressione e lo spazio del dissenso, costruendo un modello economico estremamente centralizzato e incapace di adattarsi abbastanza rapidamente ai cambiamenti del mondo.
Oggi quattro generazioni di cubani hanno vissuto dentro quel sistema
La generazione più anziana ricorda ciò che la Rivoluzione ha dato.
Quella più giovane guarda soprattutto a ciò che oggi non riesce più a garantire.
In mezzo c’è un Paese che cerca una strada nuova.
Proprio nelle settimane precedenti il nostro viaggio, il governo cubano ha annunciato e iniziato ad attuare riforme che fino a pochi anni fa sarebbero apparse difficilmente immaginabili: maggiore spazio all’impresa privata, possibilità di investimenti esteri nelle imprese non statali, apertura al capitale privato nel sistema bancario, semplificazione delle importazioni, maggiore autonomia agli operatori economici e perfino la possibilità per soggetti privati di intervenire nella distribuzione del carburante.
È presto per sapere dove condurranno queste aperture
Ma la domanda che abbiamo sentito continuamente, soprattutto parlando con i giovani, è evidente:
“Come possiamo immaginare il nostro futuro nella nostra isola? quale modello può dare un futuro a Cuba?”
Si può — e si deve — chiedere a Cuba più libertà, più pluralismo, maggiore possibilità di critica, un’economia capace di liberare energie oggi imprigionate e istituzioni capaci di rispondere a una generazione che non accetta più semplicemente le risposte delle generazioni precedenti.
Ma nulla di tutto questo rende moralmente accettabile utilizzare la fame, l’energia, i medicinali e la vita quotidiana di milioni di persone come strumenti di pressione politica.
Nel 2026 gli Stati Uniti hanno rafforzato le misure contro l’isola, arrivando a minacciare conseguenze economiche verso i Paesi che continuano a rifornirla di petrolio.
Ma gli effetti non ricadono innanzitutto sui dirigenti del Partito comunista, ricadono su una persona con disabilità che non trova un farmaco o su una famiglia che rimane venti ore senza corrente. Ricade su chi vive di uno stipendio o di una pensione che l’inflazione ha quasi azzerato.
Esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno denunciato proprio nel 2026 questa escalation di misure coercitive, parlando di una “Gaza silenziosa” e del tentativo di modificare l’ordine costituzionale di uno Stato sovrano attraverso minacce e coercizione.
Si può essere radicalmente critici verso il governo cubano e contemporaneamente sostenere che siano i cubani, e nessun altro, ad avere il diritto di decidere il futuro politico del proprio Paese. Sono due posizioni che non si contraddicono. Al contrario, derivano dalla stessa idea di libertà.
Una Chiesa capace di stare in mezzo
In questo tempo sospeso anche la comunità cristiana può avere un ruolo importante.
La storia dei rapporti tra la Chiesa cattolica e la Rivoluzione cubana è stata difficilissima. Per anni la Chiesa è stata guardata con sospetto e osteggiata apertamente dal regime. Poi sono arrivati lentamente aperture e dialogo.
I viaggi di Giovanni Paolo II nel 1998, Benedetto XVI nel 2012 e Francesco nel 2015 hanno rappresentato tappe fondamentali di questo cammino.
Oggi non mancano nuove difficoltà: anche la Chiesa cubana soffre l’emigrazione e la scarsità di sacerdoti e risorse. Eppure abbiamo visto tante piccole esperienze che continuano silenziosamente a costruire comunità, formazione e solidarietà.
La Comunità di Sant’Egidio a Cuba è una di queste realtà, così come la parrocchia della Madonna del Pilar. E lo è la devozione popolare nei confronti della Virgen de la Caridad del Cobre. Lo sono le attività di servizio che abbiamo condiviso con i bambini, gli anziani e le persone con disabilità.
Piccole cose rispetto alla dimensione della crisi
Ma il cristianesimo nasce esattamente da questa sproporzione: credere che un gesto concreto verso una persona abbia un valore che non dipende dalla sua capacità immediata di cambiare il mondo.
Papa Leone XIV continua a richiamarci alla costruzione di una pace «disarmata e disarmante». Non è soltanto un principio da applicare alle guerre combattute con carri armati e missili. Riguarda anche la capacità di rifiutare l’idea che affamare una popolazione possa diventare uno strumento legittimo della politica internazionale.
Tenere accesi i fari
Cuba oggi vive un tempo sospeso nell’attesa che qualcosa cambi, superando la fame, i blackout e una crisi economica ormai profondissima.
C’è una generazione giovane che cerca possibilità nuove e spesso guarda fuori dall’isola e ci sono milioni di persone che ogni mattina cercano di capire come mettere insieme il pranzo con la cena.
Noi siamo stati lì soltanto poche settimane. È troppo poco per pretendere di avere capito Cuba. Ma è abbastanza per non poter più fare finta di non vederla.
L’esperienza missionaria, almeno per me, è stata anche questo: accorgermi ancora una volta che la fede non ci consente di guardare la storia da spettatori neutrali. Significa scegliere da che parte guardarla. E il punto di osservazione che il Vangelo continua ostinatamente a proporci è quello delle persone più fragili.
Per questo credo che nella Cvx, dall’Italia e dall’Europa dobbiamo continuare a tenere accesi i fari su Cuba, rafforzare la cooperazione, sostenere la società civile e le esperienze capaci di costruire autonomia e futuro, accompagnare le aperture economiche e politiche dell’isola, chiedere più libertà e contemporaneamente continuare a chiedere con forza la fine dell’embargo.
Sono tornato da Cuba con immagini che difficilmente dimenticherò: l’Habana Vieja completamente al buio; i bambini che giocano a pallone per strada; le sedie davanti alle porte delle case; gli anziani delle nostre classi che aspettavano ogni mattina di incontrarci; gli abbracci quotidiani e quelli dell’ultimo giorno.
E con una domanda: perché ho aspettato tanto per partecipare a un campo missionario?
Non ho ancora trovato una buona risposta. Anche perché da anni la comunità propone, oltre a Cuba, esperienze in Perù, in Perù, in Romania e oggi anche in Palestina. Occasioni preziose di campi di volontariato.
Oggi so però che voglio che non rimanga l’ultimo e credo che tutta la comunità debba sempre più sentire propria la vocazione missionaria della nostra fede.











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