Quella strana bolla che si forma all’Avana
DI DAVIDE BERGAMO
Mentre l’aeroplano che mi riporterà a casa si alza da terra, guardo un’ultima volta le poche luci accese sull’Avana. Sono rare e fioche, proprio come quelle che ci accompagnavano la sera nel centro città. Butto la testa indietro, fissando in maniera vuota il sedile davanti, e mi chiedo come potrei anche solo iniziare a raccontare le cose che ho vissuto: tuttora quando arriva il momento di parlarne perdo gran parte delle parole. D’altronde già qualcuno prima di me aveva messo per iscritto le parole “Trasumanar significar per verba non si poria…”
La decisione di partire con la Cvx Lms per Cuba non è stata immediata: abbiamo ultimato le iscrizioni all’apice della crisi, quando tutti i telegiornali mandavano in onda servizi che parlavano solo di carestia, povertà e disagio, e molti di noi erano preoccupati per la realtà in cui ci saremmo immersi. A volte, però, ci sono chiamate che vanno oltre ogni calcolo razionale.
Probabilmente è proprio questa spinta, questo vento, che ha dato vita al gruppo di quest’anno: la necessità portata dalla crisi ha fatto sì che tutti i presenti fossero ben consci della realtà a cui si andava incontro. In questo sono stati molto d’aiuto i “veterani” del gruppo, persone che vengono da tre, cinque, dieci anni, e che sin dal primo momento hanno cercato di aiutare e guidare noi “novellini” nel servizio ma anche nella vita comunitaria, spesso grazie anche a confronti a cuore aperto circa l’esperienza stessa: ricordo con affetto le conversazioni fatte con Monica sulla guagua (autobus nel dialetto dell’isola), che sono state come una sorta di griglia per indirizzare sulla tela bianca della mia mente quelle pennellate di emozioni che non sapevo come collocare, e che chi era venuto prima di me aveva già imparato a dipingere.
Non si poteva non riflettere o, almeno, questo è ciò che ho avvertito. La situazione stessa in cui ci siamo catapultati portava a pensare, a soffermarsi su ogni piccolo dettaglio con un’intensità che nella vita di tutti i giorni è impossibile replicare.
Vedere le strade buie di notte e la gente ammassata come falene alle uniche lampade alimentate dai generatori, le strade piene di spazzatura ammassata come pile di panni sporchi, i bambini che appena vedono un turista abbandonano i loro giochi per elemosinare qualcosa da mangiare: vedere tutto questo ed esserne immersi, pur da spettatori esterni, apre la mente a una serie di considerazioni che nel nostro comfort quotidiano non possiamo approfondire in questa maniera.
Si potrebbe parlare di un dualismo esterno-interno, dove certi pensieri prendono stabilmente forma solo date determinate condizioni e variano a seconda della posizione di chi li vive. Non a caso i “veterani” usavano spesso la parola “bolla” per descrivere ciò che succede là. Ovviamente, oltre a tutte queste impressioni che arrivavano “a pelle”, il servizio quotidiano portava con sé la quantità di stimoli maggiori.
Il gruppo nella sua interezza si divideva in tre servizi: quello con i bambini nella chiesa di Nuestra Señora del Pilar, nell’omonimo reparto; quello alla scuola d’italiano organizzata nell’ex convento di Belen, all’Avana Vecchia; e quello all’asilo per disabili Edad de Oro.
Io ho preso parte al primo, e, se devo essere onesto, non mi aspettavo di rimanerne così colpito
Prima di partire pensavo che per me l’animazione fosse qualcosa di ordinario, consueto: lavoro regolarmente con ragazzi e bambini di tutte le età in ambienti come l’Acr o il Grest. Non ero minimamente pronto a ciò che mi aspettava.
Rapportarsi con i bambini in un tale ambiente vuol dire ricevere impressioni “senza filtro”, veicolate dalla loro curiosità, dai loro umori e dai loro comportamenti, spesso bizzarri ma che, una volta compresi, rivelano nitidamente il loro mondo. Quante volte in questi giorni ho visto bambini illuminarsi per qualcosa che per noi è insignificante: nel pomeriggio il momento dei tatuaggi temporanei era il loro preferito, e scalpitavano per farsi prendere sulle spalle, rincorrere, disegnare o semplicemente per parlare. E ne facevano tante di domande, spesso arrabbiandosi anche davanti al divario linguistico (che ho ampiamente colmato nelle tre settimane di attività), meravigliandosi delle nostre risposte, abitudini e vite quotidiane. Nulla per loro è garantito, questo è certo, neanche i genitori, di cui infatti chiedevano spesso.
Nelle tre settimane poi ci hanno sempre affiancato le ragazze responsabili dell’animazione e del catechismo durante il resto dell’anno, che per me sono state la rivelazione più bella di tutta l’esperienza. All’inizio, forse per la lingua o forse per la mia inesperienza nelle attività, i rapporti erano un po’ freddi, ma col passare dei giorni si sono riscaldati e ho avuto modo di fare amicizia con loro.
Questa amicizia mi ha permesso di aprire gli occhi ancora di più davanti alla situazione dell’isola, dato che, da cittadine adulte, esponevano in maniera più diretta e ragionata i loro pensieri e le loro realtà effettive. Tuttora le sento e mi tengono aggiornato, come faccio io con loro. Una di loro, Lazara, ha detto che spera di venire in Italia tra pochi anni, e spero veramente che possa succedere.
Per quanto riguarda gli altri servizi non posso raccontare molto, ma le testimonianze dei miei compagni mi comunicano sensazioni simili alle mie. Ad esempio tra i racconti del gruppo di Edad de Oro non dimenticherò mai il sorriso con cui Elena mi ha mostrato l’anello che uno dei niños (termine affettuoso con cui chiamavano i residenti della struttura) le aveva regalato. Mentre, come testimonianza della comunità formatasi nella scuola di italiano, bastano le foto di buona domenica che los abuelos inviano tuttora alla loro insegnante Arianna.
Durante la maggior parte del tempo siamo stati poi affiancati dalla comunità di Sant’Egidio, piena di ragazzi della mia età che offrono servizi alla popolazione locale tutto l’anno, con cui condividevamo momenti di preghiera e di svago. Naturalmente, anche in questo caso si sono intessute connessioni tra di noi, vere e proprie amicizie che, esattamente come nel caso delle ragazze del Pilar, trascendono le distanze e gli schemi politici.
Scrivendo queste parole, però, mi viene in mente una sola domanda: e ora?
Tornati qui, la situazione là rimane sempre la stessa, e non saranno certo le nostre sessanta mani a porre fine alla sofferenza di un popolo oppresso. Tuttavia, se ho colto qualcosa da queste tre settimane, sono sicuro che il nostro servizio non sta tanto nel portare vantaggi pratici sul posto — temporanei e inevitabilmente limitati — quanto nel portare un messaggio di pace e di fraternità, lo stesso che valica i vasti spazi atlantici attraverso le amicizie con i cubani. Ma nessuno di noi ha veramente voglia di lasciare il fato alla speranza, e chiunque è stato toccato da questa esperienza non la vuole lasciare stagnare nei canali fermi del tempo passato: c’è voglia di fare, agire concretamente in qualsiasi modo.
Una mano tesa, un gioco o un piatto in tavola non risolvono la crisi, è vero; ma per chi li riceve significa tutto. Porque ¡aquí nadie se rinde!






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