Problemi ambientali come fonte di pace? Un modo di vedere forse non usuale…

DI FRANCESCO RICCARDI

Siamo da sempre abituati a considerare la scarsità di risorse, segnatamente di risorse naturali, come sorgente di conflittualità. Il fenomeno è storico, attestato da una molteplicità di esempi, descritto e studiato da tempo.

Mi sono imbattuto tempo addietro quasi casualmente in un interessante studio che mi ha portato a considerare la cosa da un punto di vista totalmente opposto, il punto di vista del cosiddetto Environmental Peacebuilding.

Si tratta di quel filone di riflessioni accademiche e di pratica cooperativa che facendo leva sulla necessità di una gestione condivisa delle risorse, specialmente in situazioni di crisi ambientale, conduce a disinnescare o almeno ad alleggerire relazioni conflittuali.

Il lavoro che mi ha introdotto a questo tema è una tesi di dottorato in cooperazione internazionale, elaborata da una studiosa di Bologna, Simona Benfenati.

Nel caso specifico la Benfenati studia la possibilità di partire da una delicata situazione ambientale, quale quella delle risorse idriche nell’area israelo-palestinese, per ipotizzare percorsi di riconciliazione attorno a una necessità comune alle parti in conflitto.

La lettura dello studio della dottoressa Benfenati è stata per me molto interessante, alcune idee tra quelle che l’Environmental Peacebuilding ci propone sembrano presentare dei collegamenti con le linee di fondo del pensiero sociale della Chiesa, con la nostra spiritualità ignaziana e con il pensiero di Francesco, interprete di Ignazio fedele e creativo al tempo stesso. Proviamo a metterle a confronto, non per rivendicare qualche copyright ma solo per rendersi conto di quanto sia attuale il nostro patrimonio di idee, magari per stimolare la fantasia verso qualche idea di valore pastorale per i nostri gruppi.

Un primo elemento che ritengo meriti considerazione è la formazione di “percezioni condivise”

Simona Benfenati cita nel suo studio le riflessioni di un noto sociologo americano studioso di peacebuilding, John Paul Lederach, secondo il quale la chiave di volta di ogni processo di raffreddamento dei conflitti, requisito previo per l’avvio del processo di pacificazione/riconciliazione, è la formazione di uno sguardo immaginativo/percettivo sul reale, in qualche misura condiviso tra le parti in conflitto in sostituzione di approcci irrimediabilmente incompatibili. Sembra qualcosa di abbastanza ragionevole, frutto di esperienza quotidiana di ciascuno.

L’originalità delle indagini di Lederach, approfondite da Simona Benfenati e qui semplicemente accennate, sta nel fatto che le crisi ambientali, in ragione dell’oggettività delle situazioni e del fatto che le strade di risoluzione risultano spesso più o meno obbligate, favorirebbero la formazione di questo sguardo immaginativo condiviso sul reale da parte di persone animate da reciproca avversione.

Un testo di Lederach, in realtà non citato dalla Benfenati, usa esattamente l’espressione moral imagination, intendendo proprio un’attitudine alla formazione di visioni creative e risolutive di fronte a problemi di spessore etico notevole.

Qui è possibile, secondo me, rintracciare un primo parallelo con la nostra tradizione ignaziana

È vero che in essa l’immaginazione è coltivata specialmente nell’esperienza di preghiera, però può essere riguardata da molteplici punti di vista soprattutto come dono e strumento che genera impegno.

Il padre Nicolas Steeves S.I., docente alla Pontificia Università Gregoriana, ce ne ha fornito un interessante recensione qualche anno fa. Tra le sollecitazioni che Steeves propone sembra rilevante dal punto di vista di questo contributo proprio la potenzialità dell’immaginazione di conferire consistenza, spessore:

“L’immaginazione nella vita spirituale dà peso, convinzione, realtà a ciò che crediamo”. Non soltanto; secondo Steeves l’immaginazione dal punto di vista ignaziano assolve a una funzione e possiede un valore che potrebbero stupire: “[…] c’è un’altra immaginazione che ti porta a conoscere il reale e il surreale, ossia a conoscere ciò che sta dietro le apparenze”.

Steeves seguendo Ignazio ci conduce a un’immaginazione “filtro”, tutt’altro rispetto all’abdicazione al mondo reale a cui si potrebbe pensare, una vera e propria facoltà di essere prudentemente fecondi in ciò che è fattualmente dato.

Lo spessore pragmatico della facoltà di immaginare, così paradossale rispetto a quanto siamo abituati a pensare, è ribadito da p. Steeves proprio in conclusione del suo intervento sull’insegnamento di Ignazio:

“Nella vita spirituale l’immaginazione media fra libertà ed obbligo, natura e grazia, carne e spirito, rivelazione e fede, dono e risposta al dono”.

Per rendersi conto di quanto questa idea sia presente nell’insegnamento di Francesco basta una banale ricerca online

Gli interventi del Papa in questo periodo, proprio in questo periodo di pandemia che sembrerebbe quanto di più lontano da ogni volo “superiore”, ci portano costantemente sul registro della possibilità concreta di immaginare la novità.

Una sua espressione, bellissima, nella lettera alla rivista Vida Nueva, pubblicata per intero dall’Osservatore Romano:

“Questo è il tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrirci. Lo Spirito, che non si lascia rinchiudere”.

Anche il collegamento segnalato da Lederach tra l’immaginazione feconda e pacificante e l’ambiente non è nulla di nuovo per chi fa riferimento all’insegnamento della Chiesa

Se si condivide l’idea di un’immaginazione come profonda apprensione del reale e non come evasione, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa ci propone espressioni tratte dal Magistero che mediante questa facoltà colgono la profondità metafisica del Creato; si parla di “essenza, disegno di Dio” (n.460), di “natura di ciascun essere” (n.459), di “visione dell’uomo e delle cose” (n.464).

Addirittura il Sinodo Speciale per la Regione Panamazzonica, probabilmente il più alchemico capolavoro di Papa Francesco, esplicitamente pone questa visione profonda come base dell’agire al posto dell’asettica e tecnologica ricerca operativa:

“[…] proponiamo di elaborare alternative di sviluppo ecologico integrale a partire dalle cosmovisioni che siano costruite con le comunità, salvaguardando la saggezza ancestrale”.

Gli studi di Lederach colgono appieno questo realismo nell’immaginazione, realismo che è strumento importante per giungere a processi di pace proprio in quanto capace di mettere “a cuccia” visioni delle cose irrealizzabili. Realismo, poi, che per una persona di tradizione ignaziana e così solare nel cercare Dio in tutte le cose e in tutte trovarlo.

Un secondo elemento che questo filone di studi sull’Environmental Peacebuilding ci segnala come fondamentale per i processi di pace, elemento direi abbastanza ovvio in verità, è il desiderio di futuro.

Simona Benfenati riporta nel suo studio le riflessioni di vari studiosi, per fare qualche nome Robert Axelrod, Elise Boulding, Saleem Ali oltre al già citato John Paul Lederach, che si sono inoltrati nell’esplorazione della trama dei rapporti tra desiderio di futuro, processi di pacificazione e attenzione all’ambiente. Scorrendo questi studi si ha l’impressione di una forse eccessiva raffinatezza di analisi con una notevole casistica di rapporti di mutua implicazione tra ciascuno di questi tre elementi e gli altri.

In fondo sembra abbastanza naturale e umano collegare il desiderio di pace al desiderio di futuro e alla cura del mondo in cui questo futuro ci verrà incontro

Come cristiani, anche in questo caso, senza voler dare lezioni a nessuno, non possiamo non osservare come queste tre idee ci appartengano profondamente da sempre e come siano da noi collocate al livello che è proprio della nostra tradizione, quello metafisico ed escatologico. Mi limito ad ascoltare l’Apostolo Paolo senza fare commenti, sarebbe un atto di presunzione.

“[…] egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1, 9-11)

Ignazio ci racconta anche esperienze che in qualche modo ci immettono in questo futuro. Penso alla famosissima luce interiore del Cardoner che gli consente già in vita di vedere “nuove” tutte le cose e di sentirsi un uomo “nuovo”.

La lettura delle poche magnifiche righe del numero 30 dell’Autobiografia ci introduce in modo a dire poco solare nella comprensione di quale presente-futuro stiamo parlando e di quanto possa essere liberante questa comprensione del futuro in una vita umana:

“[…] conobbe e capì molti principi della vita interiore, e molte cose divine e umane con tanta luce che tutto gli appariva come nuovo”.

Vorrei concludere queste poche suggestioni con un elemento di confronto che mi sembra particolarmente suggestivo

Si tratta della consapevolezza, segnalata dagli studiosi di Peacebuilding del fatto che ogni processo di costruzione della pace passa per l’abbandono dell’immagine del gruppo avversario come un’entità impersonale e l’introiezione della consapevolezza di aver a che fare con singole persone umane, dotate di un mondo interiore.

Sembra una banalità ma, secondo questi studiosi, si tratta di una consapevolezza che in situazioni di conflitto resta molto mentale e non, appunto, introiettata come profonda apprensione della realtà dell’altro.

In questo caso, mi sfugge il collegamento tra questo passo fondamentale e la tematica delle crisi ambientali…

In compenso la sensibilità cristiana, direi la matrice cristiana di questa fondamentale acquisizione, mi appare evidente. A iniziare dall’immagine bellissima del capitolo 10 di Giovanni del Buon Pastore che conosce le pecore chiamandole per nome fino alla ignaziana cura personalis non ci sono dubbi circa l’attenzione della nostra tradizione al mondo interiore di ogni essere umano al punto da poter forse dire che senza l’avvento del cristianesimo queste riflessioni non avrebbero potuto svilupparsi.

Come segnalavo in apertura lo scopo di questo contributo non è rivendicare dei “diritti di autore” sulle idee che questi studiosi di discipline sociali applicate ai processi di pace ci propongono. Forse potrebbe essere anche considerato azzardato paragonare considerazioni di tipo psicologico o sociologico con le idee della teologia e della spiritualità però, anche se fosse, debbo dire che azzardato non significa insensato.

Noi siamo monoteisti caratterizzati dalla fede nell’Incarnazione, il considerare possibile vivere una specie di “osmosi” tra umano e divino per noi dovrebbe essere normale

Per parte mia spero che in qualche misura considerazioni di questo tipo possano contribuire ad attivare la creatività di cui le nostre comunità sono notevolmente dotate.

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