Un seme ben piantato nella Locride “audace nella speranza”

A CURA DI IDA NUCERA

Nella vita ci sono relazioni che si intrecciano, tanto che non è facile distinguere dove ha fine il contributo umano e dove inizia il sogno di Dio su quella vicenda di cammino. Ogni comunità è fatta di storie di uomini e donne che non si sono scelti, ma hanno trovato coesione, senso, prospettiva in una chiamata. Ci vuole tempo e pazienza. Tempo e trasformazioni. Come ogni vita, anche la storia di uomini e donne interpellati dalla spiritualità ignaziana trova battute d’arresto, incontri decisivi, separazioni dolorose e speranze nuove e impreviste.

Nella Locride, vicina alla Cvx di Reggio, non solo geograficamente, c’è una realtà piccola ma significativa che, alcuni anni fa, ha iniziato a muovere i primi passi

È stato grazie a padre Vincenzo Sibilio, che ha amato la Calabria tanto da ritornarci per un’ultima volta. Gli amici di Locri hanno vissuto una potatura dolorosa con la perdita di Vincenzo. L’esecutivo nazionale, ha affidato alla nostra Paola Schipani il delicato compito di stare accanto a questa realtà in cammino. Le chiediamo le prime impressioni su questo “accompagnamento”, così particolare.

Paola, come ti senti? Il tuo, può essere definito, un lascito impegnativo?

Paola SchipaniSto bene, grazie. Credo che dentro di me ci sia un misto di molte cose: da una parte l’orgoglio di essere proprio io a proseguire una cosa iniziata da Vincenzo. Credo che non sia necessario aggiungere niente per spiegare questo sentimento, se non che il ruolo che Vincenzo ha avuto nella mia storia è assolutamente fondamentale. So benissimo che tutto quello che sono e so, a questo punto della mia vita, viene in un modo o in un altro da lui.

E quindi vivo la possibilità di prendermi cura ― come so e come posso ― di una cosa sua, con un grande senso di privilegio: è un po’ come prendermi cura di lui, coltivare un suo desiderio, innaffiare una sua pianta. Una delle tante. La più recente e forse per questo la più preziosa.

Ma l’orgoglio rischierebbe presto di cedere il posto alla paura se gli credessi davvero. Per fortuna questo non mi capita. Non penso neanche lontanamente di dovere essere alla sua altezza. Se dovessi fare questo, se fosse questo quello che ci si aspetta da me, potrei rinunciare prima ancora di cominciare. Non ho complessi di inadeguatezza, la mia è una semplice constatazione, in realtà, non penso di dovere essere adeguata. So che quello che posso fare con i miei amici di Gioiosa è condividere la mia esperienza. Di comunità, di amicizia, di condivisione. Di fatica, di conflitti, di errori. Di vita e di morte. Qualche volta anche di resurrezione.
Questo è quello che posso raccontare e ne ho enorme desiderio.

Quali sogni e quali desideri stai raccogliendo?

Con il gruppo, che in realtà è composto non da locresi ma da gioiesi e mammolesi, abbiamo avviato subito un percorso di conoscenza e discernimento comunitario. In questo momento abbiamo iniziato l’esercizio della ricerca dei segni di speranza dentro di noi e intorno a noi, nel mondo e nella chiesa. Questo serve a essere riconoscenti al Signore per quello che opera, ma anche a capire da che parte stare, a trovare la direzione del nostro impegno, a faticare insieme con Lui alla costruzione del Regno.

Il gruppo ha sicuramente questo desiderio, insieme al sogno ambizioso di costituire esso stesso un segno di speranza nella sua terra. Non è poco.

Chi può dire e quando il desiderio di un gruppo di uomini e donne si incarna diventando una Comunità di vita cristiana?

Credo che se ritorniamo a considerare la Cvx per quello che è, cioè non un traguardo da raggiungere, ma una strada da percorrere, perché qualcuno me l’ha indicata e io l’ho riconosciuta come l’unica possibile per me, allora sarà proprio quel desiderio a parlare chiaro.

Una volta, leggendo della suocera di Pietro che appena guarita li serviva, ho chiesto a Vincenzo: “Come si fa a capire di essere guariti?”. Lui mi ha risposto: “Tu servi”. Non ho più fatto molte domande.

Conosco Valentina Agostino, amica della Locride da un po’ di tempo, le ho chiesto di raccontarci come tutto è iniziato…

Vincenzo Sibilio by Marco Boragine
Padre Vincenzo Sibilio nella cucina di Calascio, durante un laboratorio estivo di formazione politica – Foto di Marco Boragine

Tutto ha avuto inizio quando, dopo messa, un paio di anni fa, p. Vincenzo Sibilio ha chiamato me e mio marito Nicodemo per invitarci a un percorso di fede adulta secondo la spiritualità ignaziana. C’era anche una coppia, Elio e Antonella che avevano fatto gli esercizi spirituali a Polsi con lui e ci ha chiesto di guardarci attorno per capire se ci fossero altri interessati. Si sono aggiunti Patrizia e Ilario che hanno già una scelta particolare, vivono nella Comunità di liberazione a Gioiosa insieme alla famiglia di Vincenzo Linarello, presidente del consorzio Goel, realtà importante che si occupa di turismo ed economia sostenibile. Per questo impegno già consolidato, erano inizialmente incerti, ma avendo bisogno di un percorso di questo tipo, hanno accettato. Infine, si sono avvicinati Simone e Francesca, anche lei aveva fatto gli esercizi.

Come si è articolato nel tempo il lavoro di Vincenzo, quanta parte ha avuto sulla vostra crescita? Quale testimone vi ha lasciato e come pensate di ricambiare al dono ricevuto?

Ci siamo incontrati quindicinalmente, iniziando con l’orazione comunitaria, a cui è seguita la comunicazione di vita. Vincenzo è stato determinante per tutti. Ognuno di noi era accompagnato da lui, una conoscenza personale che poi è diventata di gruppo. L’idea era quella di un cammino di discernimento, per capire se sentivamo la vocazione per un cammino pre Cvx. Anche per questo, ha invitato Claudio, membro dell’esecutivo e Rosalia, coordinatrice della Cvx di Reggio, per farci comprendere meglio il cammino della comunità anche da un punto di vista apostolico. Durante la pandemia non ci siamo incontrati nei momenti più rischiosi. A giugno del 2021, con il suo ricovero, abbiamo deciso di riunirci ugualmente per pregare, anche se ci mandava messaggi tranquillizzanti, dicendo che sarebbe tornato presto. Eravamo consapevoli che le cose non andavano bene. Abbiamo pregato nello stesso momento in cui lo facevate anche a Reggio. Che dire? Chi ha perso un padre, chi un amico, un confidente. Siamo rimasti davvero orfani, inizialmente increduli, confusi. Molti pensavano di lasciare…

Come i discepoli di Emmaus…

L’immagine dei discepoli di Emmaus è molto appropriata, però, come loro, continuando a pregare, lo incontravamo ancora nelle nostre vite, nella memoria, nella storia vissuta insieme. Nell’averci, soprattutto, donato l’uno all’altro attraverso le comunicazioni di vita. Per fortuna, sono state fatte in tempo… e sono state un collante tra noi, si erano instaurate delle relazioni profonde.

La prospettiva di speranza si è aperta, il cammino bruscamente interrotto, in qualche modo è ripreso…
Le perplessità ciascuno le scioglieva, proseguendo un dialogo profondo ininterrotto, dove ciascuno si dava una risposta, che prima non era sicura, ma che diventava certezza proprio dopo la sua morte. Qualcosa lavorava dentro di noi…

Qual è il contesto sociale nel quale vivete in questo difficile lembo estremo di Calabria, abbracciata proprio per questo da un gesuita, quale il vostro impegno?

Purtroppo sembra che la Locride non voglia mai decollare. Ogni volta che qualcosa di buono ha inizio, poi bruscamente sembra interrompersi. Ricordo gli incontri con Giovanni Ladiana e gli amici di Reggio non tace. Poi il sogno insieme a Vincenzo. È come se il contesto sociale non lo vivessimo. Gioiosa, rispetto a Locri, ha maggiore fermento: c’è Libera, la prima scuola di calcio etica, il Goel…

L’autunno scorso siete stati a Reggio al primo ritiro di inizio anno, non è stato facile incontrarsi per la distanza e i nuovi contagi invernali, ma è anche opportuno che viviate una dimensione vostra, gli incontri con Paola, il cammino di discernimento, la partecipazione a momenti più ampi, come il Convegno nazionale. Dalla comunità reggina ci siamo sentiti, accolti e supportati. Adesso Paola ci accompagna, ma sentiamo che c’è una comunità. Al Convegno nazionale, “Audaci nella speranza”, siamo andate Patrizia e io e l’abbiamo vissuto con molta intensità.

Grazie a Paola e Valentina per il dono ricevuto, perché ogni narrazione consente a chi l’accoglie di conoscere in profondità un’esperienza. Serve anche a chi si racconta, per fare ordine nella memoria, consolidarla. Cogliere “una storia di grazia”, come dice il Preambolo dei nostri PPGG. Specchiarsi nelle parole, cercare e cogliere il riflesso di un’immagine più compiuta e consapevole di sé. Buon cammino a tutti!

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