I cristiani e la guerra: intervista a madre Mirella Muià

A CURA DI IDA NUCERA

La guerra semina morte e distruzione, vi assistiamo sempre più coinvolti emotivamente. Avvertiamo impotenza di fronte all’escalation del malvagio criminale rigurgitato dalle tenebre novecentesche, temendo un epilogo catastrofico. È necessario fermarsi e raccogliere dentro un briciolo di lucidità che insieme alla speranza non possono essere strappate dalle menti e dal cuore. Coinvolti, ma consapevoli, ci poniamo interrogativi.

Le manifestazioni per la pace sono importanti, ma quale sollievo possono dare al popolo ucraino? Di quale pacifismo parliamo, non nasconde comodi girotondi di parole impaurite? Ha senso parlare di pace senza se e senza ma? In una guerra di aggressione, dopo aver esperito ogni strumento di mediazione e ogni possibile sostegno a favore dei profughi, cosa è bene fare? Ne parliamo con un’eremita diocesana, madre Mirella Muià, che vive nell’eremo dell’Unità, alle porte di Gerace, Locri.

Madre Mirella Muià nasce a Siderno, poi ricercatrice alla Sorbona fino al 1989, iconografa e biblista, è stata consacrata monaca eremita diocesana nel 2012. Il vescovo le ha affidato insieme all’eremo, la Chiesa di S. Maria di Monserrato, luogo di straordinaria bellezza, dove accoglie chiunque bussi alla sua porta, alla ricerca di senso. A Parigi, la religiosa ha conosciuto la Chiesa orientale e oggi prega per l’unità delle chiese, quella occidentale e quelle orientali, minacciate anche loro, da sempre, da divisioni e contrasti. Nel novembre 2016 è stata apprezzata relatrice al nostro Convegno nazionale svoltosi a Gambarie (vedi CnM 2016, n.5/6, pp.13-17).

Mirella Muià al convegno Cvx di Gambarie 2016

Madre Mirella, viviamo con grande ansia e apprensione questa guerra di aggressione. Il pacifista e il cristiano si sentono interpellati, possono bastare le manifestazioni di piazza?

Non bastano, ma questo non vuol dire che si debba intervenire aumentando il livello delle forze in campo, non solo perché la guerra si espanderebbe, ma anche perché da cristiana credo che la violenza non possa e non debba essere vinta con la violenza. La vittoria della violenza è solo un’illusione, non farebbe che lasciare tracce per una violenza a rilascio ritardato, nel tempo, e questo ce lo insegna la storia. Ma le manifestazioni di piazza in sé stesse non bastano, se non corrispondono a un livello di vera consapevolezza della situazione, e soprattutto a una solidarietà internazionale e capillare.

Siamo di fronte a una situazione molto complessa di cui forse poco conosciamo…

È vero che conosciamo poco della situazione ucraina, e non solo! Dovremmo essere più consapevoli di tante responsabilità che ora ci sfuggono, presi come siamo dall’emergenza. Il governo ucraino, di stampo nazionalista (non neonazista, come pretende Putin) ha incoraggiato tensioni interne in questi ultimi anni, con alcune tendenze filo-russe, e questo ha dato l’occasione dell’intervento russo. Nello stesso tempo, dovremmo essere più consapevoli della pressione occidentale alla frontiera con la Russia.

Certo, non per giustificare l’invasione, ma per renderci conto che l’occidente non ha tenuto conto che questo avrebbe potuto costituire un’occasione per intervenire. In realtà, abbiamo mancato di capacità di osservazione: ora soltanto ci rendiamo conto che la situazione interna in Russia era critica e fragile, per un motivo che adesso appare evidente: l’apparato russo si è fermato in un tempo diverso, le lancette si sono bloccate, e la visione che Putin ha e cerca di attuare sotto i nostri occhi appartiene al dopoguerra…

Perché verso i profughi medio orientali e dell’Africa si ha un atteggiamento diverso?

Questa domanda è per me causa di grande tristezza. Ecco quale altro spicchio di consapevolezza ci manca: non ci rendiamo conto che l’atteggiamento europeo è diverso, perché ci sentiamo più lontani dai migranti (che sono in gran parte islamici), e invece ci sentiamo più vicini ai profughi di oggi perché, oltre a essere europei, sono cristiani. Questo comporta un atteggiamento differente, che nasce dalla diffidenza, sentimento molto negativo e causa di tanta incomprensione. Ma se ciò non toglie il nostro dovere di accoglienza verso i profughi di oggi, significa però anche che dobbiamo estendere un po’ di più il nostro concetto di fraternità. In fondo, tutte queste riflessioni vanno nel senso di una maggiore profondità di coscienza.

Vengono in mente analogie con la guerra partigiana, come scelta di coscienza, se allora non ci fosse stata la decisione personale su da che parte stare, il nostro sarebbe un paese liberato da altri…

La guerra partigiana mi appare diversa, perché è diversa la situazione di questo conflitto. È vero che vi è anche qui, come allora, un’invasione e un’occupazione, ma diverse sono le circostanze, e per quanto sappiamo che c’è, ed è molto operante, una resistenza attiva in Ucraina, essa non credo possa avere le stesse condizioni di clandestinità della lotta partigiana di allora.

Cosa fare per non cadere nella paura e nell’angoscia?

Sono convinta che questa debba essere una lotta necessaria in noi: perché ogni volta che si è preda di paura e di angoscia, per quanto naturale sia, significa dimostrare il potere dell’altro che ci aggredisce, è riconoscergli un potere sulla nostra coscienza, oltre che sul campo. La paura si vince con la speranza, soprattutto in quanto cristiani…

Se Gesù tornasse sulla terra, cosa direbbe…

Se Gesù tornasse sulla terra? Ma Gesù è sulla terra, proprio con chi è perseguitato e oppresso, ricordiamo la frase di Blaise Pascal: “Il Cristo è in agonia fino alla fine dei tempi” e agonia vuol dire lotta: egli lotta stando dentro la storia, compagno che porta molto più di noi il peso delle nostre stesse scelte.

Madre Mirella Muià, per la tua vocazione particolare in un luogo particolare, con quale riflessione desideri concludere?

Dall’Eremo dell’Unità, luogo ecumenico per definizione e vocazione storica, questa guerra è vissuta come una ferita dolorosa della divisione non solo fra cristiani di confessioni diverse, ma all’interno della stessa chiesa ortodossa, fra il patriarcato di Mosca e gli altri patriarcati. Mi viene da dire qualcosa che persino mi spaventa un poco, ma che diventa necessario dire: stiamo attenti! Noi che ci consideriamo, a torto, il superamento delle mentalità delle caste legate al Tempio di Gerusalemme, stiamo attenti: le parole di Gesù sugli atteggiamenti elitari e oligarchici sono chiare e prima o poi si dimostrano nella realtà, scavano il vuoto sotto i bei pavimenti delle basiliche e delle istituzioni che si chiudono sui privilegi. Stiamo attenti: perché questo è un vuoto sotterraneo che prima o poi provocherà un crollo… e non mi riferisco al crollo dei monumenti ecclesiastici, ma al crollo della coscienza cristiana nel mondo, al suo svuotamento.

(Visualizzato 1.369 volte, 9 oggi)

2 pensieri riguardo “I cristiani e la guerra: intervista a madre Mirella Muià

  • 9 Marzo 2022 in 16:53
    Permalink

    La pace quella vera nasce dalla giustizia ma non dalla giustizia umana ma da quella che ci indica Dio . Facendo guerra alla guerra ,ci stiamo indebolendo tutti , cioè il mondo intero .

    Rispondi
    • 17 Maggio 2022 in 7:08
      Permalink

      È vero Sono per la mediazione Non solo ci stiamo impoverendo tutti, ma stanno morendo tanti inncenti

      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.