21 Gennaio 2026
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Lezioni dal passato: la Chiesa e la guerra, secondo padre Sorge

DI FRANCESCO RICCARDI

In tempi come questi, in cui sembra che le coscienze siano piuttosto assopite, può essere utile riproporre alcune idee di fondo di un testo che padre Bartolomeo Sorge S.I. pubblicò su Aggiornamenti Sociali nel 1999 circa il pensiero della Dottrina sociale della Chiesa in materia di conflitti (La Chiesa e la guerra, Aggiornamenti Sociali 6/1999, l’articolo può essere scaricato in pdf da questa pagina).

Padre Sorge scriveva ai tempi della guerra del Kosovo, quando la Nato intervenne contro Milosevic che stava compiendo una pulizia etnica

Si chiede se sia accettabile l’ingerenza umanitaria con strumenti militari, la guerra può mai essere ingerenza umanitaria?

Interessante. Oggi nemmeno si maschera più la cosa in questi termini. Si fa guerra per vendetta, addirittura si minaccia l’invasione di altri Stati per il proprio interesse. Così, semplicemente.

Esiste la guerra giusta?

Nell’articolo padre Sorge parte dalla storica riflessione della Chiesa sulla cosiddetta “guerra giusta”. La Chiesa, fino da Sant’Agostino nel “De Civitate Dei”, ha avvertito la lacerazione tra l’imperativo di non uccidere e quello di proteggere anche a costo di dover sopprimere chi aggredisce. Però ha sempre posto dei chiari limiti all’azione militare, finalizzata a proteggere cioè, in altre parole fino a che questa sia efficace a ripristinare l’ordine ingiustamente violato e che i danni causati siano proporzionati all’ingiustizia subita.

Che cosa direbbe padre Sorge in merito a ciò che è accaduto e sta accadendo a Gaza, in Ucraina o in qualcuno dei cinquantasei (56!) conflitti che secondo la rete sono attivi nel mondo, con circa duecentocinquantamila vittime nel 2024? Non sembra proprio che i criteri detti prima siano scrupolosamente osservati.

Padre Sorge, però, ci offre un’osservazione molto importante circa questa dottrina della “guerra giusta”. Dato che gli strumenti bellici di cui oggi si dispone possono portare alla distruzione totale, questa dottrina potrebbe essere superata: anche solo la possibilità dell’uso di strumenti come le testate nucleari strategiche sembra destituire di ogni seppur minima legittimità morale l’azione bellica.

Questa posizione viene argomentata nell’articolo, supportata da diverse affermazioni del Magistero, a partire dalla Gaudium et Spes, lapidaria:

“Avendo ben considerato tutte queste cose, questo Sacrosanto Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti Sommi Pontefici, dichiara: Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato” (n.80).

C’era una volta il rifiuto della guerra…

L’articolo prosegue con riflessioni che, purtroppo va ammesso, possono generare tristezza! Si accenna alle varie posizioni dei Pontefici che, a partire da Giovanni XXIII, notano come sia cresciuto nelle coscienze il rifiuto della guerra. E adesso ci ritroviamo tutto a un tratto nel neolitico, sembra che decenni, se non secoli, di crescita della coscienza siano finiti in cenere!

Padre Sorge conclude il suo intervento con la considerazione della dottrina dell’intervento umanitario da cui aveva preso le mosse.

Qui si tratta di posizioni del Magistero, soprattutto di Giovanni Paolo II, con i suoi discorsi al Corpo Diplomatico o a istituzioni come l’Onu

L’opzione di “operazioni di frapposizione” tra belligeranti finalizzate a interrompere ingiuste aggressioni è chiaramente riconosciuta come doverosa, demandata a organismi sovranazionali che ne garantiscano l’effettuazione secondo modalità ben precise. In altre parole viene affermato il limite a cui debbono essere soggetti gli interessi degli Stati nella gestione dei loro affari interni.

Credo sinceramente che questo testo di Padre Sorge sia da leggere e da meditare per chi non riesce ad accettare l’idea dell’imbarbarimento. Forse siamo stati troppo ottimisti, magari imprudenti, nel pensare che certe cose fossero superate. Ma preferisco essere così, piuttosto che vivere nella rassegnazione o peggio ancora nel cinismo.

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