La speranza è una casa senza soglia

Pensieri ad alta voce | Rubrica di Cristiani nel MondoDI PAOLA SCHIPANI
Solo adesso, accingendomi a raccontare l’esperienza di quest’anno, mi accorgo di quanto per me il titolo del convegno Cvx 2021 (L’audacia della Speranza) si sia realizzato. Quanto a un certo punto una certa audacia mi abbia spinta. E quanto questo si sia tramutato in una piccola speranza.

La bellezza di una familiarità che cresce, gli orizzonti aperti dalle relazioni, i relatori che hanno dato se stessi da mangiare, condividendo la carne viva che si portano addosso.

Tutto questo è veramente tanto, ma forse è quello a cui i nostri convegni ci hanno abituati. Siamo gente viziata, noi, frequentatrice di generi di lusso.

Il mio convegno è stato molto di più. Perché è stata la prima volta in cui, a quasi 63 anni, ho provato la gioia e la libertà di parlare in pubblico della mia omosessualità (e, in questo momento, di scriverne).

Il segreto di Pulcinella, si può pensare, ma ci sono cose che finché non vengono dette sono coltri che sai di avere addosso. A volte ti tengono coperta e ti fanno sentire al sicuro, ma mentre fanno questo ti soffocano.

È stata la prima volta in cui ho detto quanto la riconoscenza profonda che provo per le persone che ho incontrato, per chi mi ha parlato del Signore, per la comunità, per l’amore che ha benedetto la mia vita, sia strettamente intrecciata con la consapevolezza che quella che vivo io, nella chiesa, è in gran parte una condizione di privilegio e non un diritto di tutti. Non la normalità.

Ho detto il disagio di sentire parlare di noi e voi, anche quando noi siamo tanto buoni da accogliere voi

E chissà, forse sentirmi contemporaneamente quella che dice noi ma sa di essere voi, è quello che mi ha salvato la vita. Mi ha dato il senso della precarietà e ha scardinato quello del possesso, dell’autocompiacimento, del diritto.

Il mio convegno è stato questo: una novità gigantesca, una naturalezza disarmante, un punto di non ritorno. Perché da qui si può solo andare avanti. Da qui — come comunità — possiamo solo andare avanti. A ragionare, a porci problemi, a guardare il mondo senza dare per scontato il nostro posto in esso. Senza dare per scontato, soprattutto, che il mio posto in esso sia dalla parte dei garantiti, dei normali, degli aventi diritto. O meglio, a lottare perché non esistano più i garantiti e i non aventi diritto, né giudeo né greco, né schiavo né libero.

È un po’ come il carcere: stare in mezzo a ladri e assassini scardina noi e voi e ti fa cercare categorie diverse, inventare pronomi nuovi.

Ringrazio il Signore, allora, per questo sguardo, per questa possibilità, per tutta la mia vita e per tutto l’amore che la riempie. Per il desiderio di ridonarlo.

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