A cosa serve il carcere

ASSEMBLEA ANNUALE JSN E SEMINARIO SULLA DETENZIONE

A cosa serve il carcere? Dentro il carcere e oltre la detenzione

DI PAOLA SCHIPANI

Uno dei regali di quest’anno strano, per me come per ognuno di noi, è stato l’aver potuto prendere parte all’Assemblea Annuale del Jesuit Social Network (JSN). In particolare ho partecipato ai lavori preparatori di uno dei seminari di formazione aperti a tutti, che hanno fatto seguito all’assemblea. Quello, ovviamente, sulla detenzione.

Ho trovato interessante la modalità di lavoro che ci è stata proposta per preparare il seminario. Ci siamo incontrati tre volte (tre ore precise) prima dell’assemblea.

Eravamo dei perfetti sconosciuti, ognuno con diverse ansie: l’ansia di presentarsi come gruppo di provenienza. Quella di presentare il proprio lavoro in carcere (cosa alla quale siamo tutti evidentemente affezionati). L’ansia, per qualcuno, di capire il contesto e di accertarsi della correttezza (o della specificità) della propria collocazione in esso.

Questi elementi, da soli, sarebbero stati sufficienti a prendere buona parte del tempo che avevamo a disposizione per la preparazione. Eppure, il coordinamento del gruppo a cura di Guido Chiaretti, con la collaborazione di Chiara Santini, ha permesso di restare sui binari programmati senza mai bloccare la comunicazione (e quindi le ansie) di nessuno. Lo dico perché penso che essere così stringenti nei tempi e nei contenuti, pur provocando qualche difficoltà iniziale, ha mostrato una grande efficacia. Lo stesso seminario ha avuto una durata assolutamente limitata (un’ora in tutto) ma ha raggiunto credo perfettamente gli obiettivi voluti.

Forse a noi comunità (locali e nazionale), che un po’ tendiamo alle dimensioni bibliche e che siamo sempre angosciati dal poco tempo a nostra disposizione, questa modalità ha qualcosa da dire.

Il gruppo di chi ha preparato il seminario era composto da Palermo (Centro Astalli, ma che piacere ritrovarmi a lavorare ancora insieme ad Alfonso Cinquemani!), Catania (sempre Centro Astalli), Reggio Calabria (Cvx), Bologna (Centro Poggeschi per il Carcere), Milano (Sesta Opera), Roma (Fé y Alegria), Lecce (Comunità Emmanuel).

A cosa serve il carcere: l’accento posto sin dalla fase di presentazione è stato sul modo in cui ciascuno è presente in carcere e non sul cosa fa.

Non sempre facile ma, come immaginate, tanto più salutare, essere fedeli a questa consegna e non potersi lasciare andare alle lamentele sui vincoli e, talvolta, sugli ostacoli imposti dall’ambiente in cui operiamo. Altra nota a margine della modalità seguita: probabilmente l’estrema sintesi richiesta va a favore di una maggiore oggettività del racconto.

La riflessione comune è partita dalle suggestioni della Laudato si’. In parallelo, per strutturare il seminario, ci siamo lasciati guidare da una scheda che avevamo avuto all’inizio, intitolata “Il nostro modo di procedere”.

Nel gruppo abbiamo stabilito di usarla nelle nostre singole realtà come strumento per lavorare in modo coerente e produrre una comunicazione omogenea. E in realtà il confronto su quella base si è rivelato molto fecondo: ci ha sorpreso e messo in moto. Anche a Reggio, dove c’è un gruppo Cvx che vanta una certa esperienza carceraria, è risuonata come una forte messa in discussione. Dura, ma anche questa salutare.

La scheda è diventata un vero e proprio schema su cui innestare la comunicazione dei diversi gruppi, e questo da una parte ha reso leggibile il lavoro. Dall’altra ha messo noi nella condizione di comunicare liberamente, ma entro vincoli comuni. Questo è stato provvidenziale, perché ha fatto emergere ai nostri stessi occhi la radice comune del nostro lavoro, facendoci riconoscere inguaribilmente ignaziani. È stata una bella scoperta.

Concretamente, abbiamo utilizzato tre verbi (vedere; conoscere; partecipare), provando a descrivere sinteticamente la modalità in cui viviamo quel verbo nella nostra azione apostolica.

La cosa sorprendente è che in questo modo siamo riusciti (ma sì, proprio noi!) a comunicare entro 2 minuti esatti a testa (per la verità io ho sforato di quasi un minuto).

Visto che quella di Reggio era l’unica realtà Cvx, mi prendo la libertà di raccontarvi quello che abbiamo visto di noi stessi e della nostra azione in carcere.

  • Al verbo vedere abbiamo aggiunto l’avverbio “liberamente”. Questo perché (cito dalla scheda) il luogo in cui «vediamo» la realtà del carcere e delle persone recluse è lo spazio di libertà e di uguaglianza che proviamo a costruire tramite le nostre attività di lettura e di cineforum, la cui cura è condivisa. All’interno di questo spazio il giudizio e il pregiudizio sono annullati dalla consapevolezza di potersi esprimere, commuovere, emozionare, sfogarsi, tacere in piena libertà.
  • Abbiamo invece aggiunto, al verbo conoscere, “come fratelli”. Il motivo è perché cerchiamo di conoscere e di farci conoscere attraverso il metodo esperienziale ed esegetico della parola, nella sua duplice forma del testo scritto e del vissuto di ciascuno, in una condizione paritaria e problematizzante. Qui non esiste alcuna gerarchia tra animatore e detenuto, ma una comune ricerca che ha come frutto non un punto di vista unico, ma la comunione di tanti punti di vista diversi e di pari dignità.
  • Al verbo partecipare abbiamo aggiunto “nella verità”. Il nostro desiderio è quello di partecipare alla vita degli altri e di mettere in gioco la nostra attraverso l’ascolto, la lettura e la donazione di libri e la visione comune di film. Il nostro primo modo di partecipare alla vita delle persone che incontriamo è quello di accoglierle al di là del reato commesso e senza mai negarne la gravità né attenuandone le conseguenze sulle vittime, sulle loro famiglie, su loro stessi e sul tessuto sociale nel suo insieme.

Attraverso libri e film proviamo a immaginare insieme come abitare una nuova possibilità, senza negare il passato e senza restarne intrappolati.

Vivere il presente della detenzione con tutto quello che comporta, cominciando proprio da questo presente a costruire il futuro con una consapevolezza più salda e una coscienza rinnovata.

Convinti della inconsistenza di un atteggiamento buonista, certi dell’essere fatti liberi dalla verità e consapevoli che la verità è frutto di un percorso mai perfettamente compiuto, per nessuno.

Ci rendiamo disponibili a fare il nostro percorso insieme alle persone che incontriamo in carcere, sapendo quanto condizioni esistenziali così diverse, siano fondamentalmente simili.

Simile è il bisogno di verità e la continua fuga nella giustificazione. Altrettanto simile è il bisogno d’amore e la continua lusinga del potere. Simile è il continuo desiderio di affermazione individuale contro l’unica salvezza possibile che o è per tutti o non è.

Quello che mi resta è una bella esperienza di lavoro fatto insieme a degli sconosciuti. L’incontro con diversità nell’approccio al lavoro di gruppo che non hanno impedito la possibilità di arrivare a un frutto comune. La consapevolezza di forti radici comuni (per esempio da più parti è emersa l’esigenza di fare un lavoro più politico in senso lato e di prospettiva) e della necessità di produrre frutti coerenti con esse. Il desiderio di proseguire nella riflessione iniziata a livello locale e in seno al JSN e di realizzare alcune proposte fatte in assemblea.

Tra le altre quella di invitare gli attivisti del Global Catholic Movement for the Climate Change nelle carceri in cui è possibile, per curare una formazione specifica dei detenuti e del personale penitenziario in generale. Il tentativo è quello di stimolare una modifica delle prassi in vigore nei singoli istituti.

Un ultimo desiderio riguarda la comunità nazionale. Tanti di noi, che fanno servizio in carcere, non lo fanno a nome della Cvx. Spesso sono inseriti in altre associazioni, alcune delle quali non fanno parte nemmeno del JSN. Credo che bisogna trovare il modo di fare qualcosa di più che conoscerci tra noi. In passato abbiamo iniziato un percorso che può portare in questa direzione. Ma forse non abbiamo dato abbastanza seguito e non siamo andati oltre qualche incontro ai convegni.

Il momento storico che viviamo, con la sua grande necessità di porre gesti profetici per superare le secche del presente e sconfiggere le posizioni intolleranti e violente che vediamo da ogni parte, ci interpella fortemente anche in questo campo.

Il carcere è sicuramente una delle frontiere su cui stare. Se da una parte c’è ancora bisogno di raccontare alla gente comune come si vive dentro una cella (l’immaginario su questo va da chi è convinto che i detenuti abbiano una divisa — magari un pigiama a righe — a chi, sapendo che hanno la televisione, veramente pensa che facciano la vita comoda), dall’altra bisogna avere il coraggio di dire chiaramente che il carcere va superato.

Che nella sua struttura attuale, e fatte salve poche eccezioni, non serve ad altro che a perseguire una logica afflittiva, anticostituzionale e — volendo essere brutali — improduttiva.

Bisogna avere il coraggio di dire che solo quello che Gherardo Colombo chiama perdono responsabile può pacificare un animo e di conseguenza una società. A proposito di convegni: forse nel nostro cuore non si è ancora spenta del tutto l’eco del racconto di Giancarlo Gola e Guido Bertagna ascoltato a Gambarie nel 2016 sulla loro ricchissima esperienza di mediatori tra ex-brigatisti e familiari di vittime del terrorismo.

Bisogna avere il coraggio di porre le domande giuste:

  • Ma il carcere, serve?
  • Raggiunge i suoi obiettivi?
  • Ci rende veramente più sicuri e più giusti?

E pretendere da noi stessi di cercare le risposte. Bisogna avere il coraggio di essere profeti…

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