Perché sono grato al Concilio Vaticano II

Pensieri ad alta voce | Rubrica di Cristiani nel MondoDI MASSIMO GNEZDA
Lo scorso 11 ottobre abbiamo celebrato i 60 anni dell’apertura del Concilio Vaticano II. Mi sono chiesto, in questo tempo così drammatico che stiamo vivendo, che cosa fosse importante per me ricordare di quell’evento.

Credo che decisiva per la storia della Chiesa sia stata la scelta dei padri conciliari di assumere un atteggiamento nuovo in rapporto al mondo, nell’accettazione di una società aperta e plurale.

L’accettare il pluralismo, riconoscere il diritto di ognuno di professare una fede o una visione della vita diversa è stata una svolta epocale, dovuta a una più profonda comprensione del messaggio cristiano.

Come ricordava Giovanni XXIII, il Vangelo non cambia, ma siamo noi cristiani, anche sulla scorta degli errori commessi, che ne comprendiamo meglio il contenuto.

E sessant’anni fa la Chiesa comprese che era finito il tempo in cui la dottrina cristiana veniva difesa o imposta forzatamente e che il diritto di affermare la verità era subordinato alla dignità della persona, di ogni persona libera e intelligente, che è chiamata a vivere secondo la propria coscienza, a diffondere ciò che ritiene vero (sempre nei limiti della legalità) senza subire la vessazione di una qualsivoglia autorità.

Il pluralismo è un bene anche per la Chiesa, perché tutela la dignità della persona e perché riconosce il valore della diversità, pone la basi del dialogo, altra parola chiave del Concilio

La Chiesa non ha rinunciato per questo alla sua missione, a professare la verità e definire l’errore, ma lo ha fatto senza impedire all’errante il diritto di affermare ciò che in coscienza ritiene autentico e vero. Questo vale, ovviamente, anche per la libera professione delle diverse fedi religiose, come molto chiaramente è espresso dalla Dignitatis Humanae, fra i documenti più copernicani del Concilio.

Il Magistero dei Papi dal Concilio in poi è stato fedele a questo nuovo atteggiamento, proprio di una Chiesa nel mondo, e credo che un’ultima sintesi di questo percorso sia riscontrabile nella Fratelli tutti di Francesco e nella sottoscrizione con il Grande Imam di Al-Azhar del Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Documenti che letti oggi risuonano come un appello ancora inascoltato.

Può oggi una Chiesa benedire una guerra e promettere il paradiso ai soldati che moriranno in battaglia? O in nome di quale legge divina si possono troncare giovani vite, colpevoli di non aver portato adeguatamente un velo sul capo, prescrizione non riscontrabile nel Corano?

Sì, dobbiamo essere grati al Concilio, che ci ha insegnato a non contrapporre più il primato di Dio al primato della dignità della persona, a non giustificare più la violenza per affermare un dogma o una dottrina e a essere sale e lievito di un’umanità da abbracciare.
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