17 Agosto 2026
Commenti e riflessioniCristiani nel mondo

Padre Antonio Spadaro: “La Sicilia è un sentimento”

INTERVISTA A CURA DI IDA NUCERA

La Sicilia è un sentimento, viaggio sul limite dello Stretto di padre Antonio Spadaro, edito dal Touring Club Italiano, non è “una guida turistica, ma una rielaborazione completamente immaginaria di un reale vissuto”, spiega l’autore, durante la presentazione dell’opera a Messina, sua città di nascita.

È un pomeriggio di luglio e un ingannevole vento da nord spinge un piccolo gruppo di intrepidi “strettesi” della Comunità di Vita cristiana (Cvx) reggina, insieme al presidente nazionale, a sfidare i 40 gradi, attraversare lo Stretto da Reggio per raggiungere l’aula magna dell’Università siciliana.

“Siete matti!” è l’affettuoso monito che il sottosegretario del Dicastero per la Cultura del Vaticano, invia su whatsapp quando gli diamo conferma di trovarci sull’aliscafo, con una missione importante: esserci e realizzare un’intervista, le cui domande già scritte e inviate, sono destinate a intrecciarsi, come le nostre correnti marine, alle suggestioni profonde che le parole di Antonio suscitano in tutti i presenti.

Il libro

Questo libro scritto con addosso il gusto del salmastro, negli occhi il sole che scioglieva la granita con panna, ha fatto emergere “la lingua di ventenne”, lingua madre che si pensava smarrita, che torna restituita con forza ai sensi dai luoghi dallo Stretto.

La Sicilia è una terra che “costringe a pensare con il corpo, a ragionare con la pelle, a conoscere attraverso un’emozione”.

Il sentimento di cui parla l’autore, non ha nulla a che fare con l’effusione, con la commozione del viaggiatore, piuttosto con lo Stimmung di Heidegger, “con qualcosa di simile a un’accordatura dell’esistenza” c’è come una forza nei luoghi che si impone e chi si espone a essa “ne riemerge trasformato”.

Antonio, che cosa è accaduto che ti ha portato già nella scelta del titolo, a questo “riconoscimento filosofico”?

Questo libro è frutto di questa scoperta. Facendo il bagno a Capo Peloro, dove lo faccio di norma – è il mio centro del mondo, il mio ombelico da cui guardo il mondo – mi sono reso conto di quanto appena detto: io guardo il mondo a partire da lì.

Il mio modo di pensare, il mio modo di creare, il mio modo di scrivere, il mio modo di pregare, il mio modo di guardare la vita nasce da lì, è da lì che è nata l’osservazione. Ho ripensato ai vari mari che ho visto nella mia vita. Ho viaggiato parecchio, con Papa Francesco ho visitato sessantatré Paesi del mondo, quindi di mari ne ho visti tanti. E mi è venuta in mente Lisbona, che guarda sull’Oceano Atlantico, che guarda sull’infinito.

Pur cogliendone la bellezza, tu non ami particolarmente il mare aperto, lo sguardo di chi nasce sulle rive di uno stretto sembra essere diverso…

A me non piace vedere l’infinito, cioè il senso di infinito mi arriva dal fatto che vedo l’altra sponda. Quando vedo l’altra riva, ho un’intuizione precisa. E infatti a me è capitato di avere proprio l’impressione del “già visto” guardando San Francisco, guardando da lì, dove mi trovo – a Messina o a Istanbul, sul Bosforo – ho la stessa percezione.

L’ho capito l’anno scorso: perché questo mare mi dà pace, questo mare mi ricongiunge a quello che io sono.

Quindi c’è una dimensione molto psicologica, molto esperienziale, che però si è tradotta in capacità di pensiero, cioè avere l’altro sempre di fronte aiuta a riflettere e a percepire il senso di infinito, perché lo Stretto – e largo insieme, ampio – allora questa strettezza non è mai strettoia. Questa ampiezza di visione, che è dettata dallo Stretto, è motivata da una riva che si separa davanti a te.

Entrano in gioco sollecitazioni poetiche e letterarie…

Lì ho capito, finalmente, “L’infinito” di Giacomo Leopardi: “e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Cosa vedeva? Niente.

Vedeva una siepe che gli impediva lo sguardo dell’infinito, ma proprio perché c’era una siepe è venuta l’intuizione dell’infinito. Io penso che sia una finzione, ma è solo in termini di finzione che tu puoi realizzare l’infinito. Non è che vedi un orizzonte senza fine, che alla fine si volta solo verso te stesso.

Questa intuizione fondamentale, radicale, mi ha portato a ripensare il modo di concepire il mondo – in fondo mi ha portato anche alle radici della mia stessa spiritualità. Sant’Ignazio diceva una cosa – così almeno viene attribuita a lui: non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est. Non essere contenuto neanche dallo spazio più grande possibile, ma essere capace di essere contenuto nello spazio minimo, questo è il divino.

Qui si realizza la visione dello Stretto che può essere minimo, perché non c’è l’orizzonte vasto, ma è proprio lì che realizzi la percezione del divino. Ancora una volta, quindi, in qualche modo Leopardi e Sant’Ignazio cominciano a dialogare tra di loro. Mi è venuto in mente anche un grande poeta americano, Whitman, che a un certo punto, guardando le vaste coste, dice qualcosa come: “Lunghi sorsi di spazio, l’est e l’ovest sono miei, il nord e il sud sono miei”. Questo “lunghi sorsi di spazio” mi ha molto colpito. Ed è quello che ho vissuto nella mia spiaggetta di Capo Peloro: sono pensieri che ho fatto, prendendo appunti sul mio cellulare mentre nuotavo.

Un libro che nasce in un modo particolare, che unisce geografia, filosofia e molto altro…

Mi sono reso conto di quanto una geografia abbia sviluppato una capacità di pensiero, una filosofia. Questo è un libro di genere filosofico, dove il pensiero non è astratto ma estremamente concreto, e parte proprio da una terra, da un luogo, da una geografia.

Che cos’è per Antonio Spadaro, che è un giramondo, il senso del ritorno, la memoria, la nostalgia?

Ho sentito una punta di nostalgia, che è quel ritorno doloroso, che fa vedere la realtà alla luce di un ricordo del passato, quindi non del presente. Per la Sicilia, e per lo Stretto, sarebbe un pensiero morto.

La nostalgia non è il metodo di conoscenza adeguato, allora è scattato in me naturalmente il processo dell’immaginazione. Cioè, ho trasfigurato – lo dico, perché chi leggerà, in questo libro descrivo delle cose che non esistono, che non ho mai visto, o addirittura mi sono inventato, o completamente ribaltato. Il sole non sorge e tramonta dallo stesso lato – ma solo chi non ha visto sorgere la luna, di là dalla statua della Libertà, non può avere la percezione che il sole sta sorgendo due volte!

Si può gustare dentro di sé un luogo, guardarlo, mangiarlo, toccarlo, odorarlo, respirarlo e restituirlo agli altri con la scrittura?

C’è la ricetta di un dolce – diciamo bianco e nero – la pignolata, che in realtà sono due dolci molto diversi, e nella mia mente, scrivendo, i due dolci si sono fusi – nel ricordo. Mi sono reso conto dopo, ho capito molte cose scrivendo questo libro, che non avevo capito prima.

La cosa che mi colpisce, a parte il gusto, è il colore, nella mente queste cose si sono confuse e hanno inventato una ricetta che spero qualcuno magari possa provare. Dunque l’unico modo per rendere giustizia a questa terra non è la nostalgia, ma l’immaginazione. Dialogare direttamente con la capacità di immaginazione, in modo che il lettore costruisca il suo Stretto, navigando nelle acque dell’immaginazione, non della descrizione referenziale dell’esistente.

In quarta di copertina è scritto: “Lo Stretto non è geometrico, è un confine che si fa filosofia: si impara a riconoscersi nell’alterità, non nella simmetria”.

La Sicilia ha molto da dire in questo momento di identità chiuse in se stesse e di costruzione di muri, perché la Sicilia è in se stessa plurale – anzi, direi quasi che la Sicilia non esiste, nel senso che avevano ragione gli arabi: non esiste una Sicilia, ne esistono almeno tre, quando avevano individuato i tre “valli” – cioè Val Demone, Val di Mazara, Val di Noto – che sono tre Sicilie completamente diverse. La Sicilia è fatta di identità incredibilmente plurali.

In un momento come questo, religiosamente parlando, tu non puoi immaginare il Mediterraneo se non metti insieme il cattolicesimo, l’ortodossia, l’ebraismo, l’Islam – come fai a non parlare di Mediterraneo? – e tutto questo è presente nella nostra isola. La Sicilia quindi vive una molteplicità anche nelle opere, ma anche nei gusti che vengono elaborati – una molteplicità di sapienze che non sono mai state, in fondo, in guerra tra loro: non hanno mai finito per combattersi, non hanno mai costruito muri. Questa identità plurale si verifica anche nello Stretto. Questa pluralità di sguardo mi ha fatto capire che sono naturalmente portato a dialogare con l’alterità, con la diversità, con la molteplicità.

Molto difficile oggi dialogare con chi la pensa diversamente, vedi la questione Ponte, che incombe sullo Stretto come ombra minacciosa…

Che cos’è questo ponte, come lo si vede? È una ferita che va risanata, per cui bisogna risanarla in qualche modo, e ci mettiamo una toppa così eliminiamo l’orrore, oppure è un luogo che ha generato storia, cultura, mentalità?

Nasce l’obiezione: ma come, l’hanno fatto in Giappone, l’hanno fatto a New York, a San Francisco perché non possiamo farlo anche noi? Ma prima del ponte di Brooklyn cosa c’era? Il nulla. Ogni paragone tradisce una fragilità: l’incapacità di riconoscere che gli altri ponti sono sorti su un vuoto di storia e di mito che i ponti stessi hanno colmato.

Il nostro Stretto, invece…

Lo Stretto, al contrario, è un pieno. Un pieno di tremila anni di racconti, immagini, leggende, identità e poesia. È un patrimonio immateriale che non si valuta in metri o in euro, ma in stratificazioni di significato.

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