Il libro dell’Apocalisse di Giovanni

SVELAMENTO: IL LIBRO DELL’APOCALISSE DI GIOVANNI OFFRE CHIAVI INTERPRETATIVE PER LEGGERE I NOSTRI TEMPI
A cura di padre Giancarlo Gola s.j.

Papa Francesco, nel suo discorso del 2 aprile, tenuto nel Palazzo del Gran Maestro a La Valletta – a partire dal ricordo del naufragio di San Paolo a Malta (At 27-28), che secondo l’etimologia fenicia significa “porto sicuro”, e lì accolto “con rara umanità” – ha ripreso a parlare dell’accoglienza dei migranti, e della guerra che stiamo vivendo in Europa, che nei Media e nelle nostre preoccupazioni mette in secondo piano, se non oscura, ogni altra cosa.

“Il fenomeno migratorio non è una circostanza del momento, ma segna la nostra epoca. Porta con sé i debiti di ingiustizie passate, di tanto sfruttamento, di cambiamenti climatici e di sventurati conflitti di cui si pagano le conseguenze. Dal sud povero e popolato, masse di persone si spostano verso il nord più ricco: è un dato di fatto che non si può respingere con anacronistiche chiusure, perché non vi saranno prosperità e integrazione nell’isolamento… Non possono Paesi civili sancire per proprio interesse accordi con malviventi che schiavizzano le persone. Purtroppo questo succede. Il Mediterraneo ha bisogno di corresponsabilità europea per diventare nuovamente teatro di solidarietà e non essere l’avamposto di un tragico naufragio di civiltà.

Il mare nostrum non può diventare il più grande cimitero dell’Europa…

Mentre oggi, nei confronti di chi attraversa il Mediterraneo in cerca di salvezza, prevale il timore e la “narrazione dell’invasione” e l’obiettivo primario sembra essere la tutela a ogni costo delle proprie sicurezze, aiutiamoci a non vedere il migrante come una minaccia e a non cedere alla tentazione di innalzare ponti levatoi e di erigere muri. L’altro non è un virus da cui difendersi, ma una persona da accogliere e “l’ideale cristiano inviterà sempre a superare il sospetto, la sfiducia permanente, la paura di essere invasi, gli atteggiamenti difensivi che il mondo attuale ci impone.” (Esort. Ap. Evangelii gaudium 88)

Non lasciamo che l’indifferenza spenga il sogno di vivere insieme!

Certo, accogliere costa fatica e richiede rinunce. Anche per San Paolo fu così. Per mettersi in salvo fu prima necessario sacrificare i beni della nave (At 27,38). Ma sono sante le rinunce fatte per un bene più grande, per la vita dell’uomo che è il tesoro di Dio!”

Dopo aver parlato del “vento gelido della guerra, che porta solo morte, distruzione e odio, preparata da tempo con grandi investimenti e commerci di armi”, continua:

“e così non solo la pace, ma tante grandi questioni, come la lotta alla fame e alle diseguaglianze, sono state di fatto derubricate dalle principali agende politiche”.

Consacrazione alla Madre di Dio della Russia e dell’Ucraina

E sempre Papa Francesco, nella preghiera del 25 marzo durante la consacrazione alla Madre di Dio della Russia e dell’Ucraina:

“…ma noi abbiamo smarrito la via della pace. Abbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni e stiamo tradendo i sogni di pace dei popoli e le speranze dei giovani. Ci siamo ammalati di avidità, ci siamo rinchiusi in interessi nazionalisti, ci siamo lasciati inaridire dall’indifferenza e paralizzare dall’egoismo. Abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi, dimenticandoci che siamo custodi del nostro prossimo e della stessa casa comune. Abbiamo dilaniato con la guerra il giardino della Terra, abbiamo ferito con il peccato il cuore del Padre nostro, che ci vuole fratelli e sorelle. Siamo diventati indifferenti a tutti e a tutto, fuorché a noi stessi. E con vergogna diciamo: perdonaci, Signore”.

Parole che, differenziandosi dalla demonizzazione dell’altro e dalla giustificazione di noi stessi, così unanime nelle parole concitate di questi giorni, ci riportano al male di cui il nostro mondo occidentale è responsabile e connivente – usa il “noi”! -, con il grido di conversione, di metanoia e teshuvà, come suona l’espressione nella tradizione biblica, cioè di cambiamento di mentalità e inversione di percorso, che è anche ritorno.

Pennellate lucide e profetiche sul nostro tempo le parole del Papa

Il Libro dell’Apocalisse di Giovanni, il cui contenuto è lo svelamento del significato profondo della storia di ogni tempo, offre anche a questo nostro tempo drammatico le sue chiavi di intelligibilità. Certo in un linguaggio simbolico ed estremo, ma proprio per questo provocatorio ed efficace.

Il pianto disperato del veggente di fronte al libro totalmente sigillato della nostra storia – è sigillato con sette sigilli! – trova il suo scioglimento quando “l’agnello in piedi e come sgozzato”, il Cristo, morto e risorto, risulta in grado di sciogliere i sigilli (Ap 5), ed effettivamente lo fa.

Sette sigilli libro dell'Apocalisse

I primi quattro sigilli sciolti ci mostrano le forze al galoppo nella storia, i cavalli coi loro cavalieri (6,1-8)

Il cavallo rosso fuoco delle città incendiate: la violenza e la guerra; il cavallo nero dell’ingiustizia sociale, in cui i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi; dietro, grande burattinaio, il cavallo verde della morte, la vita che non dura. Ma il primo cavallo al galoppo nella storia, col suo cavaliere vittorioso, è il cavallo bianco della risurrezione di Gesù. Le forze della guerra, dell’ingiustizia e della morte possono sembrare ovvie. Ma richiamarle, e in questo ordine, è lucido e coraggioso, forse eversivo; è certamente sconcertante vedere e invitare a vedere (“E vidi e vedi!”), irrompente nelle pieghe della storia, vittoriosa e al primo posto, la forza della risurrezione di Gesù. Ma come giocano tra loro queste forze, come interagiscono?

L’agnello apre il quinto sigillo (6,9-11)

“Vidi al di sotto dell’altare le vite degli sgozzati (sgozzati come l’agnello!) a motivo della parola di Dio e della testimonianza che avevano (una martyria senza altre qualifiche) e gridavano con voce grande dicendo: fino a quando il Padrone, il santo e il vero, non giudicherai e non vendicherai il nostro sangue (versato) dagli abitanti della terra?”

Quanto sentiamo autentico questo grido che cerca, pretende una risposta…

“Fu dato loro, a ciascuno, una veste bianca e fu detto loro di riposare per un piccolo tempo, finché non sia riempito (il numero) dei loro con-servi e fratelli loro, che stanno per essere uccisi, come anche loro”.

Questa volta la risposta, prima agìta – la veste bianca data loro come partecipazione fin d’ora alla risurrezione di Gesù, nel contrasto cromatico così forte – e poi espressa con parole che dicono di un piccolo tempo – il tempo qualitativamente breve della nostra storia – ci lascia nuovamente e ancor più sconcertati. Ma è proprio questo il motore dello svelamento e il motore della storia stessa, che preme verso il suo compimento. Di fatto il sesto sigillo ci squaderna questo compimento, dal punto di vista della fine (Ap 7).

Anticipando il cosiddetto dittico finale del libro, la sua apertura ci fa vedere la distruzione del vecchio mondo di male e la pienezza di vita del mondo nuovo

In mezzo al dittico, la pienezza del popolo di Dio, i centoquarantaquattromila (12x 12x 1.000), chiamati ad agire al di dentro della nostra storia qui e adesso. Un popolo che certo travalica gli schemi e i confini delle appartenenze. Fratelli degli sgozzati, paradossalmente protetti dal sigillo di Dio.

Libro dell’Apocalisse non solo svelamento ma anche appello a coinvolgersi con Cristo

Il Libro dell’Apocalisse non è solo svelamento ma anche appello a coinvolgersi nella lotta e nella vittoria di Cristo: “Presente! Ci sono anch’io!”. Così è da intendere la risposta del gruppo di ascolto “Sì, Amen” nel dialogo liturgico iniziale, che ci situa dentro il libro (1,4-8).

E così l’agnello apre il settimo sigillo, apre completamente il senso della storia. La prima esperienza è uditiva.

“Avvenne un silenzio come di mezz’ora nel cielo”

Nella tensione narrativa del libro c’è un effetto di suspence, di provocazione meditativa. Il contenuto del settimo sigillo è il settenario delle trombe, con il tipico procedimento letterario di Apocalisse per cui l’ultimo elemento, come una matrioska, contiene la serie successiva.

La settima tromba conterrà il triplice segno – cuore del libro – il terzo segno conterrà il settenario delle coppe e dei colpi ultimi, il settimo colpo/coppa conterrà il dittico finale delle due donne/città.

Soprattutto questa sezione delle trombe mi pare particolarmente impattante sulla storia di questi ultimi anni, di questi ultimi mesi

Il suono della tromba, dello shofar, del corno di montone, nella tradizione biblica è un elemento delle teofanie, e quindi il simbolismo delle trombe (suonate da sette angeli) significa l’annuncio di una vicinanza, di una presenza attiva di Dio nella storia. Come si fa presente nel nostro tempo? (I numeri di parzialità e limitatezza indicano simbolicamente proprio il tempo attuale della storia).

Le prime quattro trombe indicano, attraverso gli sconvolgimenti cosmici, la destabilizzazione del “sistema terrestre”, autosufficiente e chiuso alla trascendenza, che avrà delle scosse, delle incrinature: lo svolgimento della vita degli uomini sarà diverso, squilibrato, alterato (8,6-12). Quali contorni realistici potrà assumere nel nostro tempo? Questi colpi richiamano i colpi inferti all’Egitto per liberare il popolo schiavo, e come quelli sono graduali.

Secondo lo schema del rib o litigio bilaterale, Dio agisce, “colpisce”, oltre che parlare, per toccare e condurre alla conversione, che comporta il fare verità nella relazione e un reale cambiamento di vita

Siamo invitati a cogliere nelle forme del sistema terrestre a noi contemporanee, nonostante le sue risorse, le sue minacce, la sua tracotanza (come già al tempo in cui l’Apocalisse fu scritta) i sintomi della crisi.

La crisi finanziaria del 2008, la pandemia degli ultimi anni, non sono leggibili in questi termini?

Un sistema che, come ricorda Papa Francesco, continua nelle modalità stesse della sua economia, a generare e ad accrescere lo sfruttamento dei paesi poveri, a determinare i mutamenti climatici e la distruzione del creato che colpiscono soprattutto loro, a fomentare guerre (dimenticate) correlate all’industria e al commercio degli armamenti, oltre che a garantire i propri interessi.

Tutte cause del fenomeno migratorio, in cui la nostra unica preoccupazione pare essere quella di bloccarlo, costruendo muri di ogni tipo che si esprimono alle frontiere dell’Europa nei lager libici e nelle persecuzioni sulla rotta balcanica, con modalità criminose, finanziate dai nostri paesi. Con il Mare Mediterraneo che continua a essere un cimitero, “il più grande cimitero d’Europa”.

La cultura consolidata è quella dell’indifferenza

In una recente puntata televisiva di Porta a porta, una partecipante al dibattito pose il problema di come mai i nostri Paesi accolgono a braccia aperta i profughi ucraini e respingono i profughi del sud del mondo, ma il direttore Bruno Vespa lasciò cadere e deviò il discorso.

Albrecht Dürer I quattro cavalieri del libro dell'apocalisse
Albrecht Dürer “I quattro cavalieri dell’apocalisse”

La quinta tromba e il primo pannello della sesta tromba (Ap 9), ci presentano l’irruzione della cavalleria infernale sulla terra. Viene aperto il pozzo dell’inferno e irrompono le cavallette che oscurano il sole, come già nell’ottavo colpo all’Egitto delle tradizioni dell’Esodo. Queste cavallette presto si rivelano essere come gli eserciti che nella storia biblica venivano dal nord e distruggevano tutto, letti nelle tradizioni profetiche come colpi ribici di Dio. Vincono con qualcosa che sembra divino, ma questo demoniaco ha un volto umano. Seducono come i capelli delle donne ma stritolano come i denti dei leoni. Hanno i colori rosso fuoco, violetto e zolfo delle città incendiate.

Nella loro descrizione, in particolare nel loro numero esorbitante appare qualcosa di assurdo, al di là e al di sopra di ogni logica e immaginazione umana

Il risultato della loro azione è l’uccisione violenta, ma anche il tormento, un tormento insopportabile. Ogni tanto il demoniaco irrompe nella storia. Quello che sembrava un brutto ricordo del passato, in particolare le due guerre mondiali del secolo scorso, con tutti i loro orrori, si ripropone oggi nella guerra sotto i nostri occhi nel cuore dell’Europa, e il tormento, che vediamo attraverso i Media nei volti delle persone direttamente coinvolte, inizia a sfiorare anche noi, in particolare per i rischi di una guerra globale, che questa volta sarebbe una guerra atomica.

Ma gli orrori della guerra hanno già insanguinato i Balcani, la Siria e l’Iraq non molti anni fa, e continuano a insanguinare il nostro presente – pensiamo soltanto allo Yemen e all’Etiopia – anche se quasi nessuno ne parla, perché non sembra interessare, non sembra riguardarci. È la “guerra mondiale a pezzi”, di cui invece più volte ha parlato Papa Francesco.

La conclusione del percorso fin qui svelato dal libro dell’Apocalisse è drammatica

“I rimanenti degli uomini, che non furono uccisi con questi colpi, non cambiò mentalità rispetto alle opere delle loro mani, così di non prostrarsi ai demoni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono vedere, né udire, né camminare. E non cambiarono mentalità rispetto ai loro assassinii, rispetto alle loro magie, rispetto alla prostituzione, rispetto alle loro ruberie.” (Ap 9,20-21)

L’indifferenza persistente verso i migranti, quelli che vengono dai paesi poveri, e le politiche di respingimento criminale che l’Europa occidentale continua ad attuare in Libia e nei confini dei Balcani, sono la cartina al tornasole della indisponibilità a cambiare le nostre scelte di ingiustizia strutturale, che certo metterebbe in questione il nostro stile di vita.

Il secondo e il terzo pannello della sesta tromba (10,1-11,13) ci presentano la chiamata profetica del veggente – quindi tutta l’Apocalisse è profezia! – e la missione profetica dei due testimoni

Qualcosa di nuovo si profila all’orizzonte. Dio si fa presente nella storia attraverso la profezia. La profezia del veggente, rappresentata dal piccolo rotolo che deve mangiare, è dolce alla bocca – è la parola di Dio! – ma gli rende amare le viscere, per la durezza della parola scomoda che dovrà dire, e che lo coinvolgerà personalmente. Come è sempre successo per gli autentici profeti.

All’inizio del Capitolo 11 la stessa voce del Risorto, e poi un’altra anonima voce, narra la vicenda dei due testimoni, dei due profeti, che sono caratterizzati come nella tradizione biblica. Balza fuori un particolare, che rischia di passare inosservato:

“E darò ai miei due testimoni di profetizzare per 1.260 giorni (simbolicamente il nostro tempo) vestiti di sacco.” (11,3)

Ma questo non è l’abito dei profeti, è invece l’abito dei penitenti!

Di coloro che si son lasciati toccare dalla parola profetica e sono disponibili a cambiare. Essi quindi sono solidali coi peccatori, scelgono di consegnarsi nella solidarietà, come già fece Gesù. La loro mitezza è distruzione profonda dei nemici. Sembrano invincibili, ma invece

“la bestia che sale dall’abisso (il potere assoluto che si perpetua nella storia) farà loro guerra e li ucciderà”.

…E tutti verranno, come in una festa di pellegrinaggio, a vedere i loro cadaveri insepolti sulla piazza della grande città, con una gioia liberatoria

Infatti la loro morte sembra smentire la via della fraternità che essi incarnavano, proponendosi come alternativa alla salvezza operata dalla bestia, dal potere assoluto. Via che provocava negli “abitanti della terra” un grande tormento: infatti la fraternità, mentre è respinta, attira.

Ma tutto si ribalta, e la realtà della risurrezione si manifesta nella loro morte, rendendo finalmente possibile, insieme al preannuncio della implosione della grande città, la novità e la possibilità della conversione. Sono due perché, come i discepoli inviati da Gesù nei vangeli, devono essere testimoni credibili vivendo anzitutto tra di loro la fraternità che vanno annunciando.

Di questi testimoni i nostri tempi han tanto bisogno…

Dove sono? Forse Irina e Albina, scandalosamente amiche, anche se la guerra le vuole nemiche, e che hanno risposto all’invito di Papa Francesco a portare insieme in silenzio la Croce il venerdì santo, con il solo loro sguardo ne sono una incarnazione. Che non a caso ha provocato tanta rabbia, rifiuto e proteste.

L’appello alla testimonianza profetica riguarda tutti

Il triplice segno è il cuore del libro e contenuto della settima tromba, e quindi lo svelamento pieno di come Dio si fa presente nella storia (11,15-16,1). Dopo che il segno grande della Donna e del Drago ci ha fatto fissare lo sguardo sulla comunità che partorisce il Messia, in una storia in cui il Male sembra dominante, irresistibile, e sembra divorare quel bene cristologico così fragile – ma come sempre tutto si ribalta! – proprio in mezzo alla descrizione delle due bestie attraverso cui il demoniaco agisce nella storia, il potere assoluto e la propaganda che gli permette di funzionare (Cap 13), risuona l’appello sapienziale :

“Se qualcuno ha orecchio, ascolti! E se qualcuno deve andare in prigionia, alla prigionia vada; se qualcuno deve essere ucciso di spada, lui di spada sia ucciso. Qui è la perseveranza (lo stare sotto) e la fedeltà dei santi” (13,9-10). Infatti “fu data a lei (alla bestia) di fare guerra ai santi e di vincerli” (13,7).

Un inno, subito dopo il segno della donna e del drago, cantava il ribaltamento pasquale nella storia, la sua chiave di lettura scandalosa, come è scandaloso che la bestia che è il potere assoluto continui a vincere e a uccidere:

“essi lo hanno vinto (il Drago) attraverso il sangue dell’agnello e la parola della loro testimonianza, perché non amarono la loro vita fino a morte.” (12,11)

Il terzo segno contiene il settenario dei colpi – gli ultimi- e delle coppe piene dell’ira di Dio (Ap 16)

In una prospettiva ormai decisamente escatologica (ma sempre nell’Apocalisse la fine preme sul presente) e sempre alludendo ai colpi inferti all’Egitto per liberare il suo popolo, il testo corre verso l’ultimo colpo, in cui Babilonia, la grande città e la grande prostituta, implode (17,1-19,10), come era stato già preannunciato alla fine della vicenda dei due testimoni.

La “grande città” nella tradizione profetico-apocalittica, è la città del caos, che nasconde sotto le sue fondamenta il sangue degli uccisi, occultato dalla sua versatilità culturale ed estetica. È la città di Caino – Caino infatti fonda la città! (Gen 4) – in cui l’incapacità di vivere la diversità, cioè la relazione fraterna, si perpetua nell’uccisione del fratello, tenendolo istituzionalmente a distanza.

L’implosione di Babilonia, operata proprio dalla bestia, il potere assoluto che prima la sorreggeva, viene cantata in una drammatica elegia da parte di coloro che con lei trescavano, commerciavano e si arricchivano.

A Babilonia infatti si vende e si compra di tutto, anche “corpi e vite di uomini”

Il lamento si conclude con queste parole poetiche:

“Così violentemente sarà gettata Babilonia, la grande città che non sia più trovata. E voci di citaredi e di musicanti e di flautisti e suonatori di tromba non sia più udita in te, e ogni artigiano di ogni arte non sia più trovato in te, e voce di mola non sia più udita in te, e luce di lampada non risplenda più in te, e voce di sposo e di sposa non sia più udita in te – poiché i tuoi mercanti erano i magnati della terra, poiché in virtù della tua magia furono sedotte tutte le genti – e in essa sangue di profeti e di santi fu trovato e di tutti gli sgozzati della terra.” (Ap 18,21b-24)

Il punto di arrivo del libro dell’Apocalisse è proprio qui: quando attraverso l’implosione di Babilonia questo sangue viene finalmente trovato, viene finalmente visto perché finalmente affiora, allora potrà scendere la Gerusalemme dal cielo, la città dei fratelli, fidanzata/sposa dell’Agnello (21,1-22,5).

Gemma preziosissima e città-giardino, essa ha le porte sempre aperte, e in essa potranno entrare anche i “re della terra” e “gli abitanti della terra”, quei gruppi espressivi della chiusura e dell’indifferenza del sistema terrestre che sembravano andati distrutti insieme a Babilonia

Infatti il problema profondo del libro – sotteso al grido del quinto sigillo “fino a quando non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue versato dagli abitanti della terra?” è proprio il raggiungimento dei figli di Caino, la loro conversione.

A noi vedere:

  • il sangue dei morti in fondo al Mediterraneo e non solo l’immagine del bimbo morto sulla spiaggia, subito rimossa;
  • i piedi marci dei migranti respinti alle frontiere balcaniche dell’Europa;
  • i corpi seviziati nei lager della Libia, o già prima durante la loro traversata del deserto.

E dare spazio e lasciarci toccare dalle parole profetiche di Papa Francesco.

“Alleluia, perché iniziò a regnare come Signore Dio l’Onnipotente, rallegriamoci ed esultiamo e diamo gloria a lui, perché giunsero le nozze dell’Agnello e la sua Sposa preparò se stessa e le fu dato di avvolgersi di bisso lampeggiante puro: infatti il bisso sono le cose giuste dei santi.” (Ap 19,6-8)

Il Libro dell’Apocalisse di Giovanni è un testo di consolazione. Anche in questi giorni di Pasqua così drammatici.

Roma, aprile 2022

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