I cristiani e la pace, il libro di Emmanuel Mounier

DI FRANCESCO RICCARDI
Recentemente la casa editrice Castelvecchi di Roma ha riproposto il testo I Cristiani e la Pace di Emmanuel Mounier, che sembra attagliarsi ai tempi, per così dire, “particolari” che stiamo vivendo.

Una riflessione articolata, proposta da Mounier in tempi piuttosto delicati: il 1939, a un anno di distanza dalla conferenza di Monaco che, in qualche modo, dava il via libera alle follie hitleriane.

Non si è trattato di un’opera isolata. Ho avuto modo di rendermi conto che la riflessione sulla pace ha impegnato l’attività di Mounier negli anni Trenta con diversi contributi che spesso, debbo confessare, non mi sono chiarissimi.

Il volume di Mounier ora ripubblicato non è di grande mole, circa centotrenta pagine nell’edizione di Castelvecchi, ma comunque ricco di suggestioni originali.

Mounier, anzitutto, precisa, sulla scorta della Dottrina sociale cattolica, che la pace non è semplicemente il silenzio delle armi, ma un assetto fondato su valori di giustizia e di forza spirituale. Si spinge addirittura, forse esagerando, a considerare una non belligeranza dovuta esclusivamente a rapporti di forza come un male equivalente alla guerra guerreggiata.

Leggendo il testo appare una posizione forse un poco difficile da condividere. In sostanza Mounier sostiene che il vero superamento di ogni bellicismo passa per una fermezza interiore nel denunciare e combattere le ingiustizie, per la quale non esita a usare espressioni come “forza”, “lotta” e simili. Non esita ad accettare che la pace si possa difendere addirittura accettando il rischio della guerra per difendere principi.

Confesso che, pur comprendendo a pieno le sue argomentazioni e la sua tensione morale, sono cresciuto all’interno di una storia che pone troppo tra parentesi le tradizioni, i popoli e le patrie, per non provare un senso di piccolo mondo antico di fronte alle pagine di Mounier.

Molto interessante, invece, un’altra suggestione che ci propone, alla quale è possibile solo accennare.

La pace è opera di una comunità; lo spirito di comunione che agisce nell’intimo manifesta la propria azione in modo immanente nel fatto che non sono i solitari, i separati da tutto e da tutti, anche se eticamente elevati, a essere efficaci costruttori di pace.

Piace notare, per noi di spiritualità ignaziana, che Mounier approfondisce questo tema ispirandosi al pensiero del gesuita Henri De Lubac, che si diffonde davvero profeticamente su questa consapevolezza così cristiana.

La riedizione del volume è stata presentata nel corso di un dibattito tenutosi alla Camera dei Deputati lo scorso 8 aprile, con la partecipazione di rappresentanti del mondo politico e accademico.

Non si è trattato in realtà di un vero e proprio dibattito, in quanto un confronto puntuale tra le posizioni espresse non mi sembra aver avuto luogo. Forse non era nemmeno il caso, la gravità della situazione impone una certa pacata coesione.

Enrico Letta, nell’introdurre la riflessione, ha sottolineato alcuni punti chiave del volume, vale a dire la forza, non sempre riconosciuta, del diritto nei confronti della potenza militare, il fatto che la pace debba comunque considerarsi una ispirazione massima e non negoziabile che richiede un impegno deciso da parte di tutti, ognuno per la propria parte di responsabilità.

È stato posto dal moderatore, Danilo Paolini di “Avvenire”, il problema forse centrale, vale a dire se le riflessioni di Mounier possano essere considerate attuali a distanza di un’ottantina di anni.

Dei distinguo su questa tematica sono stati posti dalla filosofa Claudia Mancina e dall’attivista e sindacalista Marco Bentivogli. In effetti, anche se il cuore della riflessione di Mounier sembra potersi ritenere attuale, non è contestabile il fatto che le caratteristiche di una guerra attuale, soprattutto in termini di conseguenze mondiali, sono del tutto peculiari.

La prof. Mancina ha comunque approfittato della questione circa l’attualità del volume per osservare che delle linee di fondo del personalismo cristiano (si noti che Claudia Mancina è una pensatrice di ispirazione piuttosto marxista) sono abbastanza inossidabili rispetto al tempo. Ha fatto riferimento a delle idee di fondo che possono ruotare attorno a parole chiave come “inquietudine”, “speranza”, “pazienza”.

La riflessione è stata interessante anche se non sono potuto sfuggire alla sensazione di un certo immanentismo per un uso, diciamo così, “politico” (in senso alto beninteso) di idee, la cui origine è piuttosto teologica in Mounier.

Bentivogli ha avuto modo di osservare come le polarizzazioni, il bianco o nero, in queste circostanze sono inutili e precludono ogni possibilità di risoluzione pacifica, pur riconoscendo la necessità di alcuni punti fermi, come quelli chiaramente delineati dal diritto internazionale.

Un’appendice “tecnica” ha portato a una riflessione sull’opportunità di una difesa unica europea, anche se in questo caso forse i pro e i contro avrebbero potuto essere valutati meglio da esperti del settore.

Credo si sia trattato di un’iniziativa interessante in un momento come quello che stiamo vivendo, specialmente per noi che non vogliamo rassegnarci alla sconsolata constatazione, attribuita a Platone e a George Santayana, secondo cui “solo i morti hanno visto la fine della guerra”.

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