Paese Italia in cerca di futuro: intervista a padre Giuseppe Riggio

A CURA DI IDA NUCERA
Padre Giuseppe Riggio S.I., direttore della rivista Aggiornamenti sociali, è stato di recente invitato dall’Istituto superiore di Formazione politico-sociale di Reggio Calabria, per poter meglio riflettere sull’attualità politica e la situazione in cui si trova il paese Italia. Gli siamo grati per la gentilezza con cui, prima dell’incontro, ha risposto ad alcuni quesiti proposti per i nostri lettori, a partire dai termini da lui scelti per sintetizzare e denominare il tema trattato. La relazione e il dibattito, invece, per chi volesse, possono essere ascoltati sul sito dell’Istituto su Fb.

Direttore, il termine iniziale da cui prende il titolo la sua relazione è Paese. Attualmente è posto in antitesi a patria, nazione, a cui sono attribuiti significati populistici, che ci riportano a un tempo oscuro della nostra storia. Due visioni si fronteggiano. Anche se non è saggio farsi prendere dallo sconforto, peggio dalla paura, quale atteggiamento migliore possiamo avere di fronte ai populismi, di fronte alla deriva di una destra estrema, che cosa fare?

«Che cosa fare?» È questa la domanda giusta da porsi. Significa interrogarsi su quanto accade, consapevoli che nel corso del tempo le situazioni che viviamo a livello politico sono diverse tra loro e richiedono di essere lette e interpretate riconoscendone l’unicità. Resta fermo però un aspetto: nei confronti di qualsiasi governo, indipendente dal segno e colore, noi, come cittadini, non possiamo pensare che abbiamo esaurito il nostro compito, perché abbiamo “delegato” ad alcuni la responsabilità di governare tramite le elezioni. Fa parte della vitalità della democrazia – anzi è uno degli aspetti fondamentali, perché questo bene fragile non vada in frantumi – anche l’esercizio continuo e attento di una vigilanza e controllo sulle scelte compiute dagli eletti. Questo aspetto è sempre valido. Lo era ieri con i passati governi e lo è oggi con il governo espresso dalla coalizione di destra guidato da Giorgia Meloni.

La seconda parola chiave è cercare. Cerca chi è mosso da un desiderio, da un bisogno di qualcosa che manca, di qualcosa di diverso, migliore per il singolo e per la comunità. Abbiamo ancora bisogno di cercare, o un certo modo di far politica, che è propaganda, che parla solo alla pancia, ha spento questo cercare? C’è uno spazio vuoto che è stato occupato, perché tradito da chi avrebbe dovuto stare dalla parte degli emarginati e non l’ha fatto…

Per chi è familiare della spiritualità ignaziana, il verbo cercare è davvero centrale: come ha ricordato, si lega al desiderio, esprime la vitalità e la dinamicità, il mettersi alla ricerca di un di più. Cercare è il verbo della speranza. Significa non rimanere fermi. Oggigiorno questo aspetto nel nostro paese non è così scontato. Respiriamo un’aria di rassegnazione diffusa, un senso di impotenza che ci fa pensare che tanto non cambierà nulla, indipendentemente da quanto facciamo… Questi atteggiamenti sono molto lontani dal cercare. Un altro preoccupante campanello di allarme ci è dato dal numero considerevole di giovani e meno giovani che continuano a cercare, ma per farlo vanno fuori dall’Italia.

È una questione di cultura, di formazione, che il cuore si spenga e non cerchi? Cos’è accaduto in questi anni, per cui assistiamo a una caduta libera dell’interesse alla partecipazione della vita democratica, in particolare, mi riferisco all’esercizio del diritto-dovere di voto?

Come sempre, quando ci troviamo a questioni complesse, non vi è un’unica causa. Nel caso di questo cuore che si raffredda per il bene pubblico pesano il ripiegamento individualistico che si fa sempre più forte nella nostra società, le difficoltà a livello economico degli ultimi anni che hanno accresciuto le diseguaglianze, una certa sfiducia e insofferenza per la classe politica, la poca attenzione riservata alla formazione a una cittadinanza attiva e consapevole per tutte le fasce di età, a partire dai più giovani. In questo quadro, l’astensionismo è un indicatore facile da monitorare, ma difficile da interpretare. Si può leggerlo come l’espressione di disaffezione, rabbia, disinteresse…

Ma in che misura? E non vi è altro? Allo stesso tempo, è per me un motivo di grande incoraggiamento incontrare persone sensibili ai temi sociali e politici. Ce ne sono, sono anche numerose, sono giovani e meno giovani. Spesso hanno l’impressione di essere sole, di essere come marziani, di fare poco. Accompagnare, sostenere, mettere in rete queste persone è una priorità per ridare forza alla dinamica del cercare che apre al futuro.

Cercare futuro ci fa pensare non solo al futuro prossimo, ma alla speranza che, ci è stato insegnato, non si coltiva quando tutto va bene, ma quando si sta nel buio, il futuro sono i nostri figli a cui viene negato il futuro…

Il futuro non nasce dal nulla, ma da quello che abbiamo costruito fino ad ora. Nonostante siamo tentati di dare una lettura pessimista del momento che stiamo vivendo, non dovremmo dimenticare che accanto alle ombre ci sono anche tante luci. Solo se sappiamo tenere presenti entrambe potremo guardare al futuro, senza sprecare le possibilità che ci sono nel presente. Occorre riconoscere nella realtà attuale i germi di bene che ci sono. Pensare che non vi è un futuro, che impegnarsi sia privo di senso, significa mettersi in un atteggiamento distruttivo, che avvelena anche il presente.

In questo sguardo sul futuro mi sembra che non si possa fare a meno di partire dal fondamento comune su cui poggia il nostro paese, che ha preso forma nelle parole e categorie giuridiche della nostra Costituzione. La scelta della democrazia, il rilievo della persona e della sua dignità, della solidarietà, il riconoscimento dei diritti umani, di un’uguaglianza sostanziale e non solo formale, il ripudio della guerra… Sono giusto alcuni dei valori che devono continuare a orientare il nostro cammino come Paese e aiutarci ad affrontare le sfide che sono più urgenti.

Penso, in particolare, alle questioni legate alla cura della casa comune, che non è soltanto l’attenzione al nostro pianeta, ma anche alle persone che in Italia e in tutto il mondo stanno già pagando il prezzo dei cambiamenti in corso. Poi l’altro tema centrale è l’attenzione che dedichiamo alle nuove generazioni. Dovremmo sempre chiederci quanto spazio hanno, quanto spazio gli lasciamo, quanto riescono a prendersi, perché possano esprimersi e plasmare il mondo di domani.

Pensare futuro, senza se e senza ma, e quale il ruolo dei cristiani?

Contro ogni forma di pessimismo sterile, il compito dei cristiani è di essere abitati da una speranza concreta, che nasce dall’ascolto attento, profondo e rispettoso della realtà, della società, e dall’amicizia con il Signore, che matura grazie alla familiarità con la Parola di Dio. Questo tipo di ascolto è tanto più ricco se è portato avanti insieme ad altri con cui si condivide il desiderio del confronto e del dialogo, anche se si può essere su posizioni diverse e distanti. Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti lo spiega bene con una frase emblematica:

«Da soli – ci dice – si rischia di avere miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme».

Lui parla spesso di sogni, che non sono però una fuga dalla realtà, ma un orizzonte che dà senso all’oggi e all’impegno per il domani. Tornare a sognare futuro è allora qualcosa che siamo chiamati a fare, sapendo che non vi è nulla di predeterminato. Per questo dobbiamo tornarci a confrontare con l’interrogativo: quale futuro vogliamo per noi, per chi ci sta vicino, per chi verrà dopo di noi?

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