24 Aprile 2024
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Riflessioni sulla Via Crucis 2024 a Roma

La CVX (Comunità di Vita Cristiana) di Roma si è ritrovata per vivere insieme e condividere le proprie preghiere e riflessioni sulla Via Crucis venerdì 22 marzo 2024 presso la Chiesa di San Bonaventura nel Parco archeologico del Palatino, ovvero dietro l’arco di Tito lungo la via Sacra.

Via Crucis Cvx al Palatino Roma 2024

 

Qui di seguito, come già fatto per il Vangelo del Giovedì santo, potete leggere le riflessioni su ciascuna stazione, a cura di ognuno dei gruppi romani.

Le 14 Stazioni della Via Crucis, link diretti

  1. Prima
  2. Seconda
  3. Terza
  4. Quarta
  5. Quinta
  6. Sesta
  7. Settima
  8. Ottava
  9. Nona
  10. Decima
  11. Undicesima
  12. Dodicesima
  13. Tredicesima
  14. Quattordicesima
Introduzione

Signore Gesù,
questa sera Ti vogliamo accompagnare nella Via Crucis.

Ogni stazione ha rappresentato per Te un momento di dolore, fisico e psicologico.
Lo hai fatto per noi: così ci puoi salvare.

A ognuna di queste stazioni, noi raccogliamo il nostro cuore, ancora di pietra,
e con fiducia nel Tuo amore Te lo offriamo, così com’é.

Solo Tu lo puoi salvare, trasformare e vivificare in un cuore di viva carne.

1a stazione Via Crucis – Gesù è condannato a morte (a cura della Cvx dei Locali)

Adoriamo Te, Cristo e Ti benediciamo
R. Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo

Dal Vangelo secondo Matteo (27,11-23)

11 Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose «Tu lo dici». 12 E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla. 13 Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose attestano contro di te?». 14 Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.
15 Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta. 16 Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba. 17 Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?». 18 Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
19 Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua». 20 Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. 21 Allora il governatore domandò: «Chi dei due volete che vi rilasci?». Quelli risposero: «Barabba!». 22 Disse loro Pilato: «Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!». 23 Ed egli aggiunse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora urlarono: «Sia crocifisso!».
24 Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». 25 E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli». 26 Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.

Nel Vangelo incontriamo la figura di Gesù, il giusto ingiustamente condannato (1Pt 3, 18), che risponde alle accuse e alla condanna a morte riscattando tutti noi con il perdono che non esclude nessuno, nemmeno chi lo ha ucciso.

Incontriamo la figura di Pilato, colui che, pur riconoscendo Gesù innocente, volta la faccia dall’altra parte, dichiarandosi non responsabile.

Incontriamo la folla che ha la vista appannata e, istigata dai sommi sacerdoti e dagli anziani, non sa riconoscere il Giusto.

Anche noi, che pure ci dichiariamo cristiani, talvolta con le nostre scelte giriamo la testa dall’altra parte di fronte a tante ingiustizie – come Pilato – o ci lasciamo trascinare dal giudizio del mondo – come la folla.

Preghiamo dicendo: Aiutaci a vivere pienamente il Tuo Vangelo, Signore Gesù
  • Signore, dacci il coraggio di tenere gli occhi aperti e di vedere con i Tuoi occhi le realtà di sofferenza generate dalle ingiustizie e dalla malvagità degli uomini
  • Aiutaci ad accogliere tutti i nostri fratelli senza giudizio o condanna.
  • Signore, aiutaci ad accettare il rischio di metterci dalla parte degli ultimi, degli offesi, prendendo posizione in difesa dei loro diritti.
  • Preghiamo per le vittime di tutte le guerre, per i perseguitati a causa della giustizia; perché sentano sempre la Tua vicinanza anche attraverso i fratelli.

2a Stazione – Gesù è caricato della croce (Cvx Manresa)

«Allora i soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio e radunarono attorno a lui tutta la coorte. E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto; intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra; e, inginocchiandosi davanti a lui, lo schernivano, dicendo: “Salve, re dei Giudei!”. E sputatogli addosso, presero la canna e gli percuotevano il capo. E, dopo averlo schernito, lo spogliarono del manto e lo rivestirono delle sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo». (Mt. 27, 27-31)

Gesù è spogliato, è schernito, è percosso, gli si sputa addosso: è questa l’immagine di Dio, di Dio che in Gesù sceglie liberamente di assumere la passione per me e per tutta l’umanità. È un mistero, il mistero unico della passione e resurrezione. Gesù si carica della sua croce e in quella croce ci sono tutte le croci del mondo già redente.

“Nell’albero della Croce tu hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita” (dal Prefazio della festa dell’Esaltazione della Santa Croce).

“Nella mente dei discepoli rimaneva fissa un’immagine: la croce. E lì è finito tutto. Lì si concentrava la fine di tutto. Ma di lì a poco avrebbero scoperto proprio nella croce un nuovo inizio. Cari fratelli e sorelle, la speranza di Dio germoglia così, nasce e rinasce nei buchi neri delle nostre attese deluse; ed essa, la speranza vera non delude mai. Pensiamo proprio alla croce: dal più terribile strumento di tortura Dio ha ricavato il segno più grande dell’amore. Quel legno di morte, diventato albero di vita, ci ricorda che gli inizi di Dio cominciano spesso dalle nostre fini. Così Egli ama operare meraviglie.” (Papa Francesco, Udienza generale, 5 aprile 2023).

  • Signore rendi i nostri occhi aperti e limpidi per riconoscere la tua vera immagine
  • Infiammaci del tuo amore per desiderare di essere con te nel sopportare ogni ingiuria
  • Signore rendici testimoni di speranza nell’accogliere con fede la nostra croce

Padre mio
Io mi abbandono a te,
fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto.
La tua volontà si compia in me,
in tutte le creature.
Non desidero altro, mio Dio.
Affido l’anima mia nelle tue mani,
te la dono mio Dio,
con tutto l’amore del mio cuore
perché ti amo,
ed è un bisogno del mio amore
di donarmi
di pormi nelle tue mani senza riserve
con infinita fiducia
perché Tu sei mio Padre.
(Charles de Foucault)

3a Stazione Gesù cade per la prima volta (Cvx Capitolo XV)

«Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce». (Filippesi 2, 6-8)

Sotto il carico della croce Gesù cade la prima volta.
La folla trattiene il respiro, tutti si aspettano di vederlo rialzare da un momento all’altro. Gli occhi di coloro che accompagnano l’incedere del corteo puntano quel corpo insanguinato dalla flagellazione e quel capo coronato da spine. Fermi gli uomini osservano Colui che aveva fatto camminare zoppi e storpi, che ora è schiacciato contro la terra, sotto il peso della croce.

Tra la baldanza di chi lo schernisce, c’è anche chi, nell’ombra, vorrebbe in cuor suo aiutarlo ad alzarsi ma la paura lo blocca e rimane pietrificato a guardare. Gesù da solo, avvinghiato a quel legno, trova proprio in quel legno la forza di alzarsi e riprendere il suo cammino, perché sa che da quella croce verrà la salvezza per tutti gli uomini.

Dopo un attimo di incertezza il corteo riparte: perché noi non vivessimo più schiacciati dal peccato ma per la giustizia.
Ed è proprio di giustizia Gesù abbiamo bisogno quando vediamo le tante scene di guerra che stanno infiammando il nostro tempo.

Quanta disperazione nei volti di quelle sorelle e fratelli che soffrono la mancanza di pace, quanto sconforto in quelle popolazioni

Chi cade nei crateri delle esplosioni di migliaia di bombe e chi cade stremato dalla fatica e dalla fame, mentre gira in tondo cercando un rifugio.

Odiamo le grida di quei bambini, orfani e mutilati che sono dilaniati da violenze e ingiustizie. In quelle terre dove si patiscono conflitti, odi e persecuzioni nulla sta più in piedi.

Chi darà loro conforto?

Gesù, che per noi abbracci la croce, guarda la nostra terra assetata di pace. Mentre il sangue di fratelli e sorelle continua a essere versato e mentre le lacrime di tante madri, che perdono i figli nelle tante guerre sparse in questo nostro piccolo mondo, si mischiano a quelle della tua Madre, donaci la forza di aggrapparci a quel legno e di proseguire il nostro cammino.

Suggerimento musicale dalla 2° alla 3° stazione, Girotondo di Fabrizio De André

  • Signore, la guerra fa cadere tante speranze. Siamo tentati di cedere anche noi ai cattivi maestri che ci ripetono che la pace è solo un’utopia.
  • Rialzaci, Signore. Insegnaci a fare come te, che non hai abbandonato la strada della croce. Per tornare a piegarci davvero sulle piaghe di questo mondo ferito.

4a Stazione – Gesù incontra sua madre (Cvx José Marti e Amoris Laetitia)

(Da Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi)

Madonna
Figlio, l’alma t’è uscita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attossicato!

Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio
figlio a chi m’appiglio?
figlio, pur m’hai lassato.

Figlio bianco e biondo,
figlio, volto iocondo,
figlio, perché t’ha el mondo,
figlio, così sprezato ?

Figlio, dolce e piacente,
figlio de la dolente,
figlio, hatte la gente
malamente treattato!

5a Stazione – Gesù è aiutato a portare la croce da Simone di Cirene (Cvx Eccomi)

“Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce.
Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio”. (Marco 15, 21-22)

Percorriamo la nostra strada quotidiana, stanchi. Qualcuno ci costringe a prendere sulle spalle la croce di quell’Uomo che ci passa accanto. Un fratello.
La croce dell’altro “ci arriva” e possiamo decidere:

  • di ribellarci e incattivirci
  • oppure di accettarla e continuare a guardare il fratello, a condividere, e diventare una persona migliore perché incontro Te in quel fratello.
Cosa provo io, qui e ora, mentre mi costringono a portare la croce?

La croce di Cristo, la croce dell’altro, ci viene data da portare, in modo estemporaneo: è un compito con un inizio e una fine (dopo aver accompagnato Gesù al Golgota, il cireneo ha concluso il suo incarico). È fatica, ma può essere anche un onore, un’occasione.

Riesco a sentirla così, questa croce?

Simone di Cirene è un uomo che accetta controvoglia di accollarsi un peso imprevisto dopo una giornata di lavoro, con la prospettiva di tornare al più presto a casa dalla sua famiglia.

Tu, o Signore, scegli questa persona che come molti di noi è genitore e lavoratore, e lo reputi degno di portare la tua Croce: ci ritieni degni di collaborare alla tua opera di salvezza, anche se non la comprendiamo.

Signore, ogni volta che mi costringono a portare una croce, come Tu sei stato costretto a portare il nostro peccato per amore di tutti noi, stammi accanto.

Stammi accanto…
…nella bulimia di mia figlia
…nel cancro di mia moglie
…nell’Alzheimer di mia figlia che ha cinquant’anni, e io ne ho ottanta
…nella dialisi di mio marito, e io lo accompagno tre volte a settimana alle 5 del mattino
…nello sguardo vuoto di quel carcerato “fine pena mai”, cui sono costretto a predicare la bontà di Dio perché sono cappellano là, in quel carcere.
…nella vecchiaia di quella signora grinzosa, mia vicina di casa, a cui i coinquilini mi costringono a fare la spesa e a portare giù l’immondizia, perché … “tu hai fatto il boy scout!”
…nell’espressione di dolore sul viso di mio figlio, bullizzato a scuola e sui social.

Preghiamo
  • “Signore aiutaci a prendere la croce dei nostri fratelli, genitori e persone care, malati e bisognosi di cure e affetto, che a volte sentiamo come ostacoli lungo il cammino delle nostre quotidiane fatiche, e non come occasioni di salvezza”.
  • Fa’, o Signore, che possiamo portare la croce degli altri con serietà ma anche con quel sorriso che rende più lieve ogni pena.
  • Concedici di saper portare la croce degli altri quando la vita ce lo chiede, ma che questa croce non sia il velo che copre i nostri occhi, che impedisce di vedere e di accogliere la nostra, di croce; perché un giorno ci hai detto: “Chi vuol venire dietro a me, prenda la SUA croce e mi segua”.

6a Stazione – Santa Veronica asciuga il volto di Gesù (Cvx Immacolata)

Il primo giorno che ho preso in braccio mio figlio e ci siamo guardati negli occhi, sono diventata madre. L’esperienza psichica del vedere un volto e nello stesso momento comprendere di essere visti è l’inizio di una possibile relazione che cambia l’essere. Nell’innamoramento, in cui due volti si incontrano e lo sguardo non è solo un vedere statico, ma è azione dinamica, si accende qualcosa: un brivido che tocca le corde profonde della nostra identità. Nessuno di noi può vedere il suo proprio volto ma è solo tramite lo sguardo dell’altro che impariamo a capire com’è il nostro volto e quindi in sostanza a ri-conoscere chi siamo.

Veronica desidera violentemente conoscere Yehoshua al punto di farsi largo tra la folla, vincere la resistenza delle guardie e porgergli un velo. Yehoshua, non si nega, bensì offre Se stesso in questo incontro. Vedere il Suo Volto è fare esperienza dell’abisso del Nulla a cui solo l’amore “folle” di Dio può giungere, per dar luogo alla creazione e alla libertà. La paura, il dolore di una simile vista scavano nella profondità più remota dell’Essere di Veronica e siccome “il dolore è la radice della conoscenza” (S. Weil), di qui avviene il suo cambiamento radicale, la sua conversione, che rinnova lo sguardo. Segno ne è il gesto compassionevole e le sue conseguenze: l’immagine di quel Volto rimarrà impressa nella tela fisica e anche in quella metaforica, simboleggiante la tramatura stessa che compone i diversi piani della realtà esistenziale di Veronica.

Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo scrive, entrando nel Carmelo: “Il fiorellino trapiantato sul Monte del Carmelo doveva sbocciare all’ombra della Croce, le lacrime e il sangue di Gesù divennero la sua rugiada e il suo Sole fu il Volto Adorabile velato di pianto… Fino ad allora, non avevo mai sondato la profondità dei tesori nascosti nel Volto Santo”.

L’immergersi nel dolore dell’Abbandonato fa intravedere il mistero di Amore oltre quel Vuoto e dà la possibilità di stare sulla soglia del Regno che “non è di questo mondo” pur essendo vicino, all’interno del cuore dell’Uomo.
Lo sguardo del volto di Yehoshua permette la realizzazione impossibile del rapporto a-razionale fra la creatura e il Creatore.
Si sperimenta così quell’Alchimia Divina di cui parla Chiara Lubich: “…ravvisando in qualsiasi dolore – senza stare ad analizzarlo – un Volto di Gesù nel suo Abbandono: si tratta di abbracciarlo, di unirci cioè a lui e con lui affidarsi totalmente al Padre.” Per riempirsi di una “dolcezza che supera ogni amarezza, d’un amore che fa scomparire il dolore”.

Il volto di Yehoshua può dunque divenire il volto di un padre, di un fratello, di uno sconosciuto, di una qualsiasi creatura a patto di una estrema attenzione in chi osserva, della purezza del suo sguardo e della rinuncia egoica.

Come dice Simone Weil: “Ogni essere grida in silenzio per essere letto altrimenti. Non essere sordo a queste grida”.

Solo lo sguardo attento e compassionevole alla “realtà kenotica del cosmo” (F. Gianfreda) apre la via verso “la sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv. 4,14). Realtà di cui un’altra donna, la Samaritana, era già venuta a conoscenza.

Il volto di Dio non l’ha mai visto nessuno, eppure, a queste donne si svela “il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre” poiché “è lui che lo ha rivelato” (Gv. 1,18).

Per gli apostoli questo volto, che è relazione con l’Assoluto, a lungo rimarrà inaccessibile tanto che Filippo arriverà a dire: “Signore, mostraci il Padre e ci basta” (Gv. 14,8). Serve l’apertura e l’accoglienza femminile per provare ad intuire la profondità irraggiungibile di Dio; e il desiderio degli innamorati per avvicinarvisi. Mariangela Gualtieri in veste di Oracolo nel suo spettacolo “Paesaggio con fratello rotto”, mostra il desiderio violento, necessario a realizzare questo incontro irrealizzabile:

“Chi ci guarderà come si guarda
il bambino che dorme?
Chi ci chiamerà per nome
con una tenerezza che trasforma?
Chi raschierà via il nostro umano
e ci farà di brace che splende?
A questo “chi” pericoloso
amoroso tempestato burrascato
Io dico ora:
Sfoglia le nostre teste accartocciate,
distaccaci il pensiero come una buccia,
fino al pericolo dello smarrimento,
fino al patibolo della ragione.”

7a Stazione – Gesù cade per la seconda volta (Cvx Capitolo XV)

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello, e non aprì la sua bocca. (Is 53, 7)

Ancora una caduta: e questa volta più penosa della prima. Com’è difficile ricominciare a vivere ogni giorno! La malattia mi ha isolato da tutti; mi ha improvvisamente separato dalle mie abitudini, dai miei interessi, dalle mie aspirazioni.

Oggi mi sento stanco, ho difficoltà, mi hanno dato una brutta notizia, i conti non tornano, pensavo in un amico che mi sostenesse, ma oggi non lo trovo.

Quando non abbiamo più la freschezza e lo slancio di una volta basta poco: un intoppo, una delusione, una tentazione… ci lasciamo cadere.

Credevo, anch’io, Signore, di essere una persona buona e generosa. Invece, è bastata una malattia per ridimensionare tutte le mie aspirazioni, è bastata un’occasione cattiva per ritrovarmi con la mia povertà e la mia pochezza.

Ora capisco: la vita è fatta anche di cadute, di delusioni, di amarezze. Ma tu mi insegni a riprendermi e a continuare fiducioso la strada.

Anche tu, Gesù, nel tuo essere uomo hai ceduto alla stanchezza, dopo una terribile nottata, sotto il peso della croce sulle spalle, in aggiunta a quella dei nostri peccati. Sei caduto per la seconda volta. Agli occhi di chi ti guarda sembri non avere più la forza per continuare. Ti hanno già aiutato, ma ora nessuno si farà avanti.

Ma tu vuoi farcela, e per la seconda volta ti rialzi, perché sai che questa sofferenza ha un senso.
Fa’ che possiamo sempre trovare Te sulla nostra strada. Nelle difficoltà e nella debolezza, rendici capaci di rialzarci.

Dal Salmo 138
Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie,
la mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco,
Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.

Grazie perché il mio letto di dolore è fontana di carità, è sorgente di amore. Di amore per te, ma anche di amore per tutti i fratelli. Ecco perché noi dovremmo prendere coscienza dei valori di cui siamo portatori. La mulattiera del Calvario, cioè la strada che porta da Gerusalemme al Calvario è lunga, però finiremo di percorrerla. Non durerà per sempre. E sperimenteremo, come Cristo, l’agonia del patibolo, ma «per tre ore», non per molto.
C’è una preghiera di Charles de Foucault, che traduce l’abbandono in Dio: Padre mio, io mi abbandono a Te. Fa’ di me ciò che ti piace. Qualsiasi cosa Tu faccia io Ti ringrazio! Sono pronto a tutto, purché la Tua volontà sia fatta in me e in tutte le tue creature. lo non desidero altro, mio Dio!
Rimetto la mia anima nelle Tue mani, Te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore, perché Ti amo. Ed è per me una necessità di amore donarmi e rimettermi nelle Tue mani, senza misura, con infinita fiducia, perché Tu mi sei Padre. (Don Tonino Bello)

8a Stazione – Gesù consola le donne di Gerusalemme (Gruppo “Geremia”)

Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato … Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». (Lc 23, 27-29.31)

Quasi al termine della Sua dolorosa ascensione al luogo della crocifissione, Gesù guarda negli occhi le donne che accompagnano con il pianto la Sua sofferenza. Guarda tutta l’umanità con quello sguardo e soprattutto quella parte di umanità che si è abituata ad assistere all’ingiustizia e all’orrore con sentimenti di indignazione e disperazione. Guarda cioè certo non la manifestazione peggiore dell’umanità, anzi. Guarda i nostri volti di madri e padri scandalizzati ma, in fondo, anche rassegnati da ciò che vìola la vita degli innocenti: a Caivano, a Gaza, in Ucraina e sempre più spesso sotto casa nostra.

Gesù guarda a noi uomini e donne perbene che pensano di saper riconoscere e distinguere il bene e il male attraverso le proprie emozioni: e ci parla.

È un ammonimento severo quello di Gesù, poche frasi che esprimono la consapevolezza della realtà della storia umana e che ci invitano ad una maggiore consapevolezza. A non rifugiarci in una religiosità pietistica e consolatoria: inutile, irritante e fine a sé stessa.

Non è male allora prendere alla lettera le parole di Gesù e aprendo gli occhi sulla nostra comodissima miseria permetterci, finalmente, di piangere e di svegliarci.

Svegliandoci dalle rassicuranti certezze della nostra zona protetta potremo cominciare ad aprire gli occhi sulla nostra realtà personale e sulla storia che viviamo, per capirla con più intelligenza e minori pregiudizi perbenistici e ideologici. Fosse anche solo per avere un rapporto più onesto e sincero con noi stessi e di conseguenza con il nostro prossimo liberandoci dalle molte “maschere” che, anche grazie alla nostra religiosità cristiana pseudo-impegnata, riusciamo ad indossare: vale la pena piangere su noi stessi e svegliarci.

Guardiamo allora alle povere condizioni in cui siamo: a quelle della Chiesa che fa fatica ad essere “legno verde”, a quelle delle nostre comunità cristiani ammalate di clericalismi e elitarismi millenaristici.

Guardiamo dentro le nostre case europee: alle condizioni dei nostri “pochissimi e stressatissimi figli”, a quelle dei figli che con la laurea in tasca se ne vanno da qui “perché qui tanto non c’è niente”, a quelle di chi con una laurea in tasca sbarcano a Lampedusa e finiscono schiavi nelle campagne di Foggia.

Guardiamo al rischio di solitudine, di “smemoria” e abbandono che rischia di gravare su oltre 4 milioni di anziani in Italia, guardiamo alla nostra confusione distratta sull’uso dilagante e inarrestabile delle droghe che è pari solo al dilagare della povertà. Soprattutto educativa.

L’invito di Gesù non è alla lacrimazione disperata ma alla sincera onestà e all’intelligenza della nostra presenza da cristiani nel mondo

Quando Gesù esorta le donne di Gerusalemme a piangere per i propri figli anziché per lui indica la sua preoccupazione per il destino delle future generazioni. Egli attira l’attenzione sulle difficoltà e le sofferenze che le persone dovranno affrontare, incoraggiandole a riflettere sulle scelte della vita e sulla necessità di cercare un cammino di pace e giustizia per il bene delle generazioni future. Ognuno di noi allora deve impegnarsi nel seminare dentro la terra e non sopra, perché quel seme sarà mangiato dagli uccelli e non darà frutti al contrario del seme che attecchisce in profondità consentendo di rinnovare l’umanità preservando “il legno verde” delle nuove generazioni.

In qualunque momento della nostra vita, anche in quelli più difficili e complessi, nei giorni della sofferenza e di crisi dei nostri rapporti sociali, l’invito di Gesù e a guardare la profondità a non fermarsi alla superficie. Ciò che è più difficile è fermarsi e guardare dentro ciò che avviene per cercare di capire come agire e affrontare al meglio le cose. Questa esortazione può essere vista anche come un appello alla compassione e alla responsabilità sociale.

9a Stazione Gesù cade per la terza volta (Cvx Capitolo XV)

Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui».
Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.
Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. (Lc 22, 54-61)

Questa volta non è la guerra, non è la vita amara, non sono gli altri, ma sono proprio io. Con i miei tradimenti e le mie omissioni, il mio cuore duro, che non perdona. Ma Gesù non resta a terra, Gesù si rialza e riprende nuovamente la strada per il Calvario.
Aiutaci, Signore, con il materno sostegno di Maria, a rialzarci come hai fatto tu, per poter portare la nostra croce quotidiana e donaci la forza per essere a nostra volta capaci di aiutare chi non ha il coraggio di risollevarsi.

Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?».
Pietro gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?».
Pietro gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?».
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gv.21, 15-17

PROVIAMO A LEGGERE INSIEME LE TRE RISPOSTE DI PIETRO…

10a Stazione – Gesù è spogliato delle vesti (Liceo Visconti)

«I soldati poi… presero le vesti di Gesù, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamola a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: “Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte”… E i soldati fecero così». (Gv 19, 23–24)

Gesù è spogliato delle vesti. Anche quest’umana umiliazione deve subire. Ma quegli uomini non capiscono, non comprendono che quello che secondo i loro ragionamenti è un gesto di disprezzo, nel pensiero di Dio è il segno della regalità. Sì perché l’uomo è vero nella sua nudità, perché la nudità ne svela l’essenzialità. E quell’uomo rimasto nudo, ma rimasto Re, ha vinto la morte, ha sconfitto coloro che in quel gesto volevano dimostrare il loro potere vigliacco sull’indifeso, sul perseguitato, sul condannato.

Quanti uomini nudi ci sono oggi davanti ai nostri occhi? Uomini spogliati della loro dignità, del loro lavoro, dei loro sentimenti, della loro stessa umanità. E quanti altri uomini si giocano le loro vesti pensando di poterli dominare, di esserne superiori, di approfittare della loro debolezza?

Migranti, disoccupati, donne violentate e uccise, bambini violati nel corpo e nell’anima, rifugiati, torturati, vittime di ogni violenza e della guerra. Sono davanti a noi nella loro nudità che è la loro regalità, il loro rimanere comunque uomini davanti a Dio. Ma per comprenderli è necessario a nostra volta spogliarci delle nostre “vesti”, tornare tutti a essere uomini senza orpelli, senza mania di dominio, nella nostra regalità. Abbandonare le sovrastrutture del nostro egoismo e vedere nell’altro non qualcuno di cui dobbiamo avere paura o piegare ai nostri interessi, ma un nostro compagno di viaggio.

La nudità regale di Gesù questo ci insegna: a rimanere nudi anche noi e perciò a essere veri uomini. Il Vangelo è tutto un cammino sulla nudità e sulla povertà che Gesù ha percorso fino a quella che, secondo la mentalità mondana, è l’umiliazione finale, ma quell’essere indifeso, esposto a qualsiasi violenza e a qualsiasi gesto di opportunismo, ha vinto per tutti noi e ci ha riscattato.
E’ questo ciò che ci dice la decima Stazione della Via Crucis, un messaggio che ci deve dare coraggio per l’esito finale, che deve dare coraggio alla Chiesa perché si spogli da tutto ciò che non serve, che non è essenziale, che è solo potere e dominio, perché torni a essere nuda.

11a Stazione – Gesù è inchiodato alla croce (“Il Ramo del mandorlo”)

Popolo mio, cosa ti ho fatto, in cosa ti ho afflitto? Io ti ho esaltato con grande potenza e tu mi hai appeso al patibolo della croce. Io ti ho elevato sopra tutte le nazioni e tu mi hai caricato con ingiurie ed insulti.
Io ho aperto davanti a te il Mar Rosso e tu hai aperto il mio fianco con una lancia.
Cos’altro avrei potuto fare per te e non ho fatto?

Nell’XI stazione contempliamo un duplice evento. Il primo è il popolo che si schiera e che grida:”Crocifiggilo”. Il popolo sceglie sempre in nome della propria sopravvivenza.

A dire “Crocifiggilo” sono i soldati, i romani, gli scribi e i farisei, noi credenti, gli uomini di chiesa, per cui un uomo che narra Dio è scomodo.

Gesù è semplicemente scomodo perché libero di agire e di parlare

Gesù è libero perché va incontro all’uomo. Che banalità! Che idealismo! Sii crocifisso, sii messo a tacere.

Assumiamo questo grido che pronunciamo ogni volta che perdiamo l’occasione di fare passi, gesti e scelte di libertà, in nome della comodità, della preoccupazione per la nostra sopravvivenza.

Il secondo evento è la crocifissione di un uomo che si è consegnato, volontariamente, mostrando ormai visibilmente e definitivamente lo stile di Dio e il suo legame con noi: Amore senza limiti, senza ripensamenti perché di questo e solo di questo noi tutti avevamo bisogno per credere nella Vita: Misurare il confine assente e infinito dell’Amore dell’Uomo che sul palmo delle sue mani ci porta tatuati.

12 Stazione – Gesù muore in croce (Cvx S. Roberto Bellarmino)

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito». (Gv 19, 25 – 30)

Stabat Mater
Stabat mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.
Cuius ánimam geméntem,
contristátam et doléntem
pertransívit gládius.
O quam tristis et afflícta
fuit illa benedícta
Mater Unigéniti!
Quae moerébat et dolébat,

Pia Mater dum videbat
nati poenas íncliti.
Quis est homo, qui non fleret,
Matrem Christi si vidéret
in tanto supplício?
Pro peccátis suae gentis
vidit Jesum in torméntis
et flagéllis sùbditum.
Vidit suum dulcem natum
moriéndo desolátum,
dum emísit spíritum.

  • Come stiamo davanti alla croce di Gesù? Come stiamo davanti alle nostre croci, delle persone a noi più vicine o delle persone che sfioriamo ogni giorno?
  • Cosa proviamo di fronte all’ingiustizia e all’insensatezza della Crocifissione di Gesù, e alle ingiustizie che vengono commesse ogni giorno?
  • Restiamo chiusi, tristi e sopraffatti?
  • Cerchiamo di fuggire, ci voltiamo dall’altra parte? Oppure riempiamo tutto di troppe parole, stando sempre a distanza di sicurezza ?

Prendiamoci un paio di minuti in silenzio davanti alla morte del Signore.
Facendo memoria delle morti che ci affliggono e che ci hanno afflitto, dei nostri cari, dei nostri amici, di chi muore a causa delle guerre e nelle guerre.
Facendo memoria di quando noi stessi in modo subdolo compiamo atti mortiferi in noi e nei confronti del nostro “prossimo”.

Preghiera finale

Gesù, Signore del cielo e della terra, il sacrificio della tua morte è per noi squilibrio e balsamo per i nostri cuori.
Inconcepibile per noi la tua forza e la tua pace. Maria e Giovanni ti hanno conosciuto e amato sapendo soffrire con te ai piedi della croce. Il nostro tempo conosce guerre in cui atrocità e crimini sono descritti attraverso social e mass media sempre più pervasivi e crudi. Ucraina, Israele, Gaza ci ricordano quanto l’uomo è capace di efferatezze. Anche le famiglie vivono strazianti assassinii al loro interno.

Tante tante donne sono state violentate e uccise. I nostri cuori sono oppressi e spauriti. Ma nulla in confronto al dolore di chi subisce veramente questi orrori. Perdona Gesù l’anestesia delle nostre emozioni e insegnaci a pregare e vegliare con Maria e Giovanni per imparare a condividere tanto dolore senza chiudere il nostro cuore. Che il tuo sacrificio non sia stato vano!

13a Stazione (a cura della Cvx San Saba)

È la devozione popolare ad aver comprensibilmente immaginato questa scena: Gesù viene deposto dalla Croce e consegnato alla madre.

Allo stesso modo Sant’Ignazio, negli Esercizi spirituali, ci invita proprio a contemplare come prima apparizione di Gesù, quella a sua madre.

Sono le stesse ragioni del cuore a condurci su queste “naturali” vie di umanità e pietà per quel corpo, un corpo chissà quante volte stretto e abbracciato da Maria.

È innegabile che questa riconsegna alla madre, del corpo senza vita di Gesù, può anche indurci a pensare che siano stati la violenza e il male a vincere.

Tuttavia la pietà, accogliendo il dolore e la morte, dimostra di essere più forte di loro…

Nella nostra esperienza quotidiana può succedere di essere toccati dall’umana reazione di una madre che, davanti al corpo senza vita del proprio figlio, si trovi a dire:

“Non è giusto per una madre vedere morire il proprio figlio.”

In quei casi… l’unico modo per sopravvivere a un tale dolore è mettersi in contemplazione di quella che è stata la vita di quel figlio e ciò che ha portato nella nostra vita (pensiamo anche a esperienze forti come quella di Chiara Corbella Petrillo, che sono state mamme per tempi brevissimi, prima di perdere un figlio appena nato o, in seguito, perdere la loro stessa vita allorché finalmente un altro figlio continuava a vivere…).

Una domanda che possiamo farci

Cosa può significare questo gesto di Maria nella vita di un cristiano oggi:

“Sei veramente disposto ad accogliere Gesù, anche in quel momento?”

Quanto, a volte, possono sembrarci anche un po’ inutili quei gesti di chi deve preparare una sepoltura. Ma, se ci pensiamo, sono anche il presupposto perché poi avvenga la Resurrezione, nonché il “sorgere a nuova vita” per chi si troverà a testimonierla.

Il pensiero non può che andare alla mamma di Aleksej Naval’nyj e poi a quel gruppo di persone che non temono di essere presenti ai suoi funerali. Nel semplice invocare, in strada a Mosca, quel nome di una persona che non c’è più è già chiara la possibilità di guardare alla bellezza e alla speranza che quello stesso uomo può aver portato con il suo esempio di vita, anche e proprio lì dove fino a poco prima sarebbe stato impossibile vederla.

Riappropriarsi di un corpo è ritrovare il senso di una relazione intima con un’altra persona: nel rapporto madre-figlio possiamo contemplare anche tutta la sacralità di un legame di dolore. Probabilmente è questa l’occasione più preziosa per avere una visione ancora più limpida di quella persona e di ciò che ha rappresentato per me.

Chissà se Maria, al momento della deposizione del corpo di Gesù dalla croce, stava vivendo solo un immenso dolore o se – mai abbandonata dallo Spirito – già sentiva in sé anche la forza della consolazione, una volta cessate le sofferenze del corpo umano di suo figlio.

Pensiamo anche all’invocazione Inshallah “Sia fatta la volontà di Dio” che riecheggia sulle bocche delle donne di Gaza.

Oppure pensiamo a tutte le altre madri che hanno ricevuto i corpi senza vita di figli che hanno messo al centro della propria esistenza il bene degli altri. Madri a cui sarà venuto in soccorso quello stesso amore fiducioso di Maria.

Preghiamo affinché, con questa immagine nel cuore, ci sentiamo sempre più in grado di portare avanti un progetto di vita autentica.

14 Stazione – Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro (Gruppo “Geremia”)

Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l’altra Maria. (Matteo 27,57-61)

Dopo la verifica di morte accertata e la consegna del corpo da parte di Ponzio Pilato, Giuseppe d’Arimatea , si incaricò di prendere il corpo di Gesù, non badò a spese per procurarsi una sindone e di lino purissimo.

Quindi procede secondo l’usanza ebraica di sepoltura: non una sepoltura ordinaria, ma regale; non una fossa comune, destinazione abituale dei condannati alla morte di croce, ma un sepolcro nuovo di sua proprietà, scavato nella roccia.

La rassegnazione, l’impotenza davanti al male, la morte del giusto, dell’innocente sono l’esperienza quotidiana di questo mondo. Il senso di umanità, come per Gesù, può esprimersi allora solo nella pietà, nella presa in consegna del corpo, nel compiere l’unico gesto possibile per tutelare la dignità della persona umana. Il corpo lavato, cosparso di profumo, vestito per l’ultima volta, la preghiera e il compianto di chi gli è rimasto vicino, rappresentano l’unica resistenza e l’unica opposizione possibile alla logica perversa del disprezzo e del male.

Così le donne, dopo il sabato, arrivano al sepolcro al mattino, prima dell’alba, con unguenti ed erbe aromatiche, per completare la sepoltura del corpo: ma non lo trovano, il corpo di Gesù.

Giaceva là solo il telo sindonico svuotato del corpo e ripiegato su se stesso nello stesso luogo dove era stato adagiato per la sepoltura.

La Sindone documenta una sofferenza estrema causata da una malvagità umana senza confini…

Quel corpo martoriato, preludio della Gloria, viene liberato al sorgere del nuovo giorno. Il Padre spezza le catene della morte che cercavano invano di trattenerlo.
Quel corpo ha vissuto oltre ogni limite tutti gli insulti possibili del male; secondo i dati forniti dalla sindone ha subito una “tempesta” di circa 700 ferite e sono documentati ben 120 colpi di flagello …

Il massimo dell’umiliazione e delle torture immaginabili!

Quel corpo, è giaciuto silente per tre giorni nel buio del sepolcro, nel sonno della morte. Ma, come anticipato dal profeta Zaccaria, il corpo del Messia rimarrà ostaggio della morte solo per poche ore. Non conoscerà l’orrore della corruzione … Alla fine, tutto verrà consumato nello spazio di circa 40 ore, nell’attesa della liberazione.

Cristo, Primizia dei risorti dai morti… Dove è, o morte, ora, la tua vittoria? Dove è, o morte, il tuo pungiglione?

Oggi meditiamo su quella “pietra pesante” che sembra avere ucciso la speranza. Oggi la morte canta vittoria così come in tanti luoghi e in tante circostanze sembra prevalere sulla vita. Ma noi sappiamo, ed è questo il cuore della nostra fede, che è possibile rimuovere quella pietra. Quel sepolcro non rappresenta la fine, non è l’ultima parola. La vita che Cristo ci ha donato ha vinto, una volta per tutte, la tristezza, il dolore e la morte. Niente potrà separarci dal Suo amore.

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