Nel Requiem di Giuseppe Verdi una spiritualità sofferta

DI FRANCESCA TAORMINA

Quando e perché Giuseppe Verdi arriva a concepire il Requiem

Quando morì Alessandro Manzoni, a Milano nel 1873, un senso di angoscia e incontenibile tristezza prese Giuseppe Verdi. Il genio di Busseto già da qualche anno stava lontano dalle scene e dal mondo dell’opera, dopo il successo mondiale di “Aida”, come se il suo animo dovesse ricaricarsi.

La scomparsa dell’autore che più amava lo aveva turbato a tal punto da volere rendergli omaggio con una grande Messa da Requiem

E sì che Verdi aveva nel suo cuore più d’ogni altro scrittore William Shakespeare, ma per Manzoni aveva una venerazione, per l’uomo, oltre che per l’artista. Di lui lo affascinava quella Fede tranquilla, quella certezza nella Provvidenza che lui non conosceva. Nel 1874, a un anno esatto dalla scomparsa dell’autore de “I promessi sposi” e dell’“Adelchi”, Verdi scrive per lui una delle pagine più belle e drammatiche di tutta la storia della musica: il Requiem.

Il rapporto tra Verdi e Manzoni

Con Manzoni Verdi condivideva ideali tipici del Risorgimento, di giustizia e di libertà, ma c’era di più. Manzoni era un uomo santo, scrive Verdi al sindaco di Milano, un uomo buono, cosa che mai avrebbe pensato di se stesso. Altri Requiem, da Mozart a Brahms, sono autentici gioielli. Ma quello di Verdi ha una particolarità: il coinvolgimento personale, sincero, una commozione infinita che porta la musica e il canto a essere uno sguardo sull’Aldilà, sul concetto di Giustizia e di Misericordia di Dio.

C’è poi un dato che da sempre fa riflettere gli studiosi: il brano del Dies Irae torna più volte, come un refrain, come se Verdi ci volesse dire che il giudizio divino è terribile e temibile in ogni caso. La grande Messa per Manzoni debutta il 22 maggio 1874.

Sul podio, a dirigere la grande orchestra che esegue il Requiem, è proprio lo stesso Giuseppe Verdi, nella Chiesa di San Marco a Milano

Se ascoltate il Dies Irae, sentirete i timpani impazziti, il ritmo che si fa veloce, pressante, a rappresentare proprio quell’angoscia del Giudizio di Dio. Ma le ragioni di tanto terrore? È chiaro che Verdi non aveva mai fatto gli Esercizi Spirituali ignaziani, ma, a parte questo, qualche chiarimento ci può venire da padre Franz Tata S.I.

“Nel requiem di Verdi — ci dice p. Tata — c’è un’enorme alternanza di forti emozioni, spesso un grido di pietà, come nel Kyrie Eleison, o ancora nel Lux Aeterna ci trasmette una richiesta decisa e umile, ma piena di speranza. Il Sanctus è veramente un momento di altissima coralità, non dimentichiamo che oltre ai solisti, canta anche il coro. Ma il Dies Irae non esprime solo terrore, ma soprattutto implorazione ed è anche un canto di vittoria, ma è il momento più drammatico di tutta la composizione. E aggiungo che Libera Me indica questa volontà di esorcizzare la paura della morte”.

Ma torniamo allo sguardo che Verdi aveva su Manzoni. Il rapporto con il pensiero della morte era per lui troppo aspro, inaccettabile.

Tra 1839 e 1840 muoiono i due figli di Giuseppe Verdi, Virginia e Icilio, ancora piccolissimi e l’anno seguente la moglie Margherita Barezzi

L’eccesso di dolore lo aveva condotto a una solitudine rigorosa. Solo dopo, il lavoro, gli portò qualche conforto. Passarono anni prima che ricominciasse a vivere, ma quel dolore cupo non lo lasciò mai e viene fuori per intero qui, nel Requiem.

Qualcuno, nel tempo, ha sparso la voce che Verdi fosse ateo. Non è vero, forse lontano dalla Chiesa, ma ateo certamente no. La lontananza era dovuta al suo unico rapporto con una donna che sposò solo in tarda età, Giuseppina Strepponi, soprano, una donna libera, con cui creò un legame fuori dal matrimonio. Una storia molto chiacchierata e sofferta, che lo costrinse ad abbandonare Milano per rifugiarsi a Busseto e poi a Sant’Agata. Ma alla fine è grazie a questo suo meraviglioso omaggio in musica al grande Manzoni, che possiamo gioire di questa lunga preghiera di Giuseppe Verdi, sentendola anche nostra.

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