Liana Mistretta: raccontare la Chiesa in uscita di papa Francesco

INTERVISTA A CURA DI ALESSANDRA PERRICONE

Vaticanista e inviata di politica estera per Rainews24, Liana Mistretta ha accolto l’ipotesi della chiacchierata che segue con interesse e nel ricordo della sua formazione presso il Collegio dei Gesuiti di Palermo.

Personalmente l’ho conosciuta negli anni dei suoi primi studi universitari, quando la comune passione per l’interpretazione delle lingue e la possibile comunicazione tra esseri umani che ne deriva hanno permesso ai nostri cammini di incrociarsi. Oggi apprezzo soprattutto il suo giornalismo gentile ma determinato e leggo nella combinazione tra serietà professionale e mitezza dell’approccio a persone o fatti protagonisti dei suoi servizi un valore alternativo a quello che ci viene più spesso proposto e, in definitiva, un modo diverso di servire la società in cui viviamo.

Che senso ha oggi il lavoro di un vaticanista? A chi interessa?

L’interesse è tanto e da più parti.
Intanto, essendo il Papa un Capo di Stato e come tale impegnato in visite diplomatiche e questioni di politica estera, si tratta di giornalismo istituzionale che quindi equipara il vaticanista al “quirinalista” e al “chigista” sulla base di quelle che per noi sono le 3 P: Presidente, Premier, Papa. Il Papa, anzi, data la posizione sicuramente più elevata e gli ambiti particolarmente delicati che gli sono propri, richiede a noi giornalisti un’etica professionale ancora più seria e attenta che avvalori la nostra affidabilità.

Liana Mistretta con Papa Francesco
Da un lato c’è l’interesse specificamente religioso, cattolico e non, ma anche quello del pubblico più in generale, attirato dalla trasversalità che caratterizza questo Papa in modo particolare e che ne fa una guida soprattutto per chi soffre, per gli ultimi. Tanto interesse si registra anche nella gente comune, non solo per pura curiosità ma in termini proprio di vicinanza, e noi che passiamo ore a Piazza S. Pietro rispondendo alle domande dei passanti, prima delle dirette, vediamo bene quanto le persone si sentano affettivamente coinvolte da chi desidera entrare nelle loro vite come fa Papa Francesco.

Hai parlato di ultimi. Puoi dirci qualcosa di più su come il Papa vive questo tema?

Il mio ufficio è proprio accanto a S. Pietro. Perciò ogni giorno vedo i tanti senzatetto della piazza per cui il Papa ha voluto barbieri e toilette oltre ad aver chiesto alla Comunità di S. Egidio di gestire per loro Palazzo Migliori, un edificio nobiliare di proprietà della Santa Sede e ora diventato Centro di accoglienza. Ma vedo la stessa empatia anche negli ultimi che incontra in occasione dei suoi viaggi, il primo dei quali, non va dimenticato, fu a Lampedusa, una periferia come quella da cui proviene lui, che infatti chiamò “fine del mondo” subito dopo la sua elezione. Forse la collocazione geografica dell’Argentina, dove allora fui tra i primi inviati, lo facilita nella vicinanza a chi si sente più lontano, appunto più periferico, e avverte perciò difficoltà e disagio. Ogni Papa ha una storia personale e un carattere specifico; nel suo caso, Papa Francesco sembra saper stabilire una sintonia immediata con le persone anche col linguaggio che usa, elegante e semplice insieme.

La tua storia professionale però ti ha portato anche vicino ai potenti. Percepisci un collegamento tra il racconto giornalistico dei “primi” e degli “ultimi”?

Anche da inviata negli Stati Uniti in occasione di due elezioni presidenziali, quando viene cioè scelto uno degli uomini più potenti della terra, ho sempre provato a raccontare l’impatto sugli ultimi e il disagio sociale, di fatto cercando connessioni tra ciò che si muove in un contesto.

Liana Mistretta inviata Rainews24 per elezioni USAÈ il bello del mio lavoro, sostenuto anche dall’importanza di non avere pregiudizi nemmeno nelle situazioni in cui è più difficile. Penso ai miei viaggi da inviata in Ucraina, dove ho visto persone perdere il lume della ragione dopo aver perso tutto il resto sotto le bombe. Oppure lungo la rotta dei Balcani, quando per un mese, insieme al collega cameraman ho seguito rifugiati siriani, iracheni e afghani bloccati in Macedonia e ho toccato con mano la tragedia più grande, quella che passa per la violenza, la tortura, i ricatti e i campi di detenzione. Eppure, proprio in quei contesti ho visto anche la speranza e la voglia di andare avanti, di re-inventarsi, alla ricerca di una via d’uscita che è evidentemente sempre alla nostra portata. D’altra parte, gli spostamenti del Papa sono sia visite di Stato in vari Paesi del mondo sia viaggi in luoghi di sofferenza, tra cristiani perseguitati o migranti, come nel caso della Grecia e Cipro dove teneva molto ad andare per testimoniare la sua vicinanza ai profughi.

Stai parlando del viaggio che l’ha portato al campo profughi di Lesbo?

Sì, e posso dire che nonostante io abbia visitato per lavoro tanti di questi campi, in Medio Oriente come al confine con gli Stati Uniti, qui ho vissuto un’esperienza nuova e speciale. Benché per la maggioranza musulmani, era chiaro che in quel momento gli ospiti del campo si sentivano scelti dal Papa, che li accarezzava, li ascoltava, li guardava negli occhi, facendosene carico fino a portarne una cinquantina in Italia col sostegno della Santa Sede.

Tu hai anche lavorato da studio. Che differenze hai notato tra il servizio pubblico svolto sul campo e quello dietro una scrivania?

Rainews24 è un canale all-news, dove cioè a differenza dei telegiornali generalisti i notiziari sono una diretta costante che quindi può essere interrotta in qualunque momento da notizie dell’ultima ora, e questo rende già diverso il lavoro del conduttore. Tuttavia, la mia passione professionale è sempre stata più orientata a uscire da uno studio televisivo e girare il mondo per raccontarlo dopo aver visto con i miei occhi.

Dov’è nata questa tua passione?

Gli anni della mia formazione con i Gesuiti sono stati una scuola di vita e hanno dunque probabilmente influito sulle mie scelte professionali. Sono stati anni di grande studio ma anche festosi e improntati non tanto all’obbligo dell’impegno scolastico quanto alla crescita di noi studenti come persone calate nel mondo, grazie alla interdisciplinarità delle materie e alla circolarità dei rapporti. Penso in particolare a due professori, p. Koch e p. Patti, il primo insegnante di Fisica, che con i suoi esperimenti in laboratorio ci proiettava nell’Universo e il secondo che ci fece studiare la Storia contemporanea a partire dall’ultimo capitolo per facilitarci la comprensione del passato e stimolare la nostra curiosità davanti a un libro al contrario!
Poi c’è stata l’università dove, con gli studi da interprete e in Scienze politiche internazionali, la mia curiosità per l’altro, per il diverso da me e dal mio mondo, ha trovato sfogo. Come interprete in particolare, ho imparato ad approfondire, ad ascoltare (caratteristica non proprio comune tra noi giornalisti) e a essere umile, a stare sempre un passo indietro per lasciare spazio ai veri protagonisti.

Per chiudere, ti chiedo una battuta sul senso del tuo incontro professionale con Papa Francesco.

In futuro vorrei ancora fare l’inviata all’estero, magari in Medio Oriente o negli Stati Uniti dove ho già maturato una certa esperienza, ma come dicevo tutto è connesso e ora mi piace molto raccontare questo Papa, leggere i suoi scritti e ascoltare le sue omelie. Certo, devo farlo per lavoro. Eppure la sera, quando il servizio è pronto, sento che qualcosa è rimasto in me. Questo è un tempo difficile, un tempo di crisi dell’essere umano, l’ho visto negli occhi dei bambini a Lesbo o dei senzatetto, un tempo che mi sembra richieda un passo diverso e non solo per la Chiesa. Che sia questo quello che intende Papa Francesco quando dice che dobbiamo uscire?

Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!
(Mc 2, 21-22)

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