Patto educativo per Napoli: la sfida per i giovani in tempo di crisi lanciata dall’arcivescovo Domenico Battaglia

DI ANTONIO M. CERVO

Un nuovo Patto educativo per i giovani di Napoli? Non sono passati neanche cinquant’anni, quando Eduardo De Filippo provocò un gruppo di ragazzi col suo (tristemente) famoso “fujtevenne” (per i non napoletani: “scappatevene via”), che periodicamente il tema ritorna sul banco degli imputati.

In realtà, per chi vive la Napoli dei giovani, con i suoi problemi cronici come l’elevata evasione scolastica, l’assenza di centri di aggregazione, l’emarginazione di troppe sacche di gioventù, questo non è un ritorno…

Il Patto educativo per i giovani di Napoli è un’altra occasione per impattare con un fenomeno incancrenito da anni, che – si spera – non vada di nuovo sprecata…

Già fra gli anni ’70 e ’80, infatti, il monito di Eduardo (che molti napoletani non gli hanno ancora perdonato!) era ben lontano dall’essere il rinnegamento della sua città o della “napoletanità”. Era, piuttosto, la constatazione (per lui, da sempre visceralmente vicino al mondo del carcere minorile di Nisida) della stasi assordante di società civile, istituzioni e Chiesa di fronte alla sete di speranza e di vita di tanti giovani. Il tutto mentre si continuavano a organizzare meeting, analisi sociologiche, laboratori, osservatori… dove si parlava dei giovani, senza però mai parlare veramente “con i giovani”.

Ci mancava solo la pandemia

In questo contesto, la pandemia ha giocato una partita terribile, amplificando ancora di più la sensazione di isolamento di tantissimi ragazzi, anche dal punto di vista psicologico-relazionale, e allargando, così, le smagliature del sistema. Questo in particolare per i figli di quella Napoli già provata dalla disoccupazione e dalla povertà: chi – ben prima del Covid – viveva borderline rispetto a parole come “scuola”, “legalità” e “fiducia nel futuro” ha definitivamente ammainato la bandiera della speranza, adesso che tutto è sotto la spada di Damocle della precarietà. Dai rapporti umani fino al futuro lavorativo.

L’altro patto “educativo” proposto ai giovani di Napoli dalla malavita organizzata

È in queste pieghe drammatiche, del resto, che la malavita organizzata si insinua con il proprio patto educativo… sapendo “vendere bene” agli occhi di tanti ragazzi e giovani “la convenienza dell’illegalità”, la concreta possibilità di “fare soldi” in quantità e rapidamente (senza specificare a quale prezzo!). La stessa si presenta come interlocutore credibile, capace, soprattutto, di non farti sentire solo nella ricerca di quelle sponde sociali e di lavoro dove latita il resto della società.

“Un pomeriggio, mentre percorrevo a piedi via Duomo, ho incontrato alcuni ragazzini che giocavano con delle pistole finte. Ma ciò che mi ha impressionato non è il gioco in sé, quanto l’imitazione realistica del linguaggio e dello stile camorristico, tale da lasciar intravedere che quella cultura non era loro estranea ma in qualche modo la respiravano, la assorbivano, probabilmente senza degli adulti capaci di essere per loro filtri sani, utili a preservarli dal male, orientandoli verso il bene”.

Arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia lancia un nuovo patto educativo per i giovani

Così, il nuovo arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia apre il cantiere del suo Patto educativo per i giovani, a cui la Cvx di Napoli assieme al Centro culturale Gesù Nuovo assicurano un contributo fattivo via via che i lavori prenderanno piede.

Chiamare a raccolta la società civile per i giovani di Napoli, costruendo insieme un nuovo patto educativo

Intenzione di don Mimmo (come lui stesso preferisce) è, infatti, chiamare a raccolta istituzioni, scuole, università, terzo settore, sigle ecclesiali e tutta la società civile per rilanciare “un’etica della cooperazione” sul tema dei ragazzi, consapevole che fra le metastasi di questo mondo c’è stato da sempre il “procedere per ordine sparso” di tante, troppe realtà.

Necessità inderogabile è riscoprirsi, in particolare, tutti intorno a un orizzonte comune, in cui nessuno si senta più in diritto di “voltarsi dall’altra parte”, perché realmente:

“i bambini, i ragazzi e i giovani sono la cosa più sacra di Napoli, reliquia del suo futuro, germoglio del suo presente, il suo bene più importante”.

In quest’ottica, può solo la scuola riuscire a restituire speranza? A ridonare barlumi di fiducia a un ragazzo?

Parrebbe proprio di no!
Nessun interlocutore sociale è in grado da solo di rispondere alle urgenze del mondo giovanile (che si declinano in una miriade di voci), per quanto centrale sia il ruolo della scuola. C’è bisogno del contributo di tutti, dalle istituzioni alla Chiesa, passando per la società civile, affinché famiglie e ragazzi inizino a non sentirsi più isolati, sia nelle vicissitudini di ogni giorni che nella costruzione sana e propositiva del proprio futuro.

Ecco perché si sottolinea che bisogna “costituire in ogni municipalità o territorio un Tavolo educativo volto a creare e consolidare legami di collaborazione e confronto tra Scuola, Servizi sociali comunali, parrocchie, Enti, Fondazioni, Cooperative e ogni altro ente impegnato nel mondo dell’educazione e dell’inclusione sociale. Il Tavolo educativo diventa, così, un vero e proprio laboratorio di co-programmazione e co-progettazione e rende concreto e realizzabile un nuovo approccio alle problematiche e al tema della povertà educativa”.

Necessità di avere un’agenzia per lo sviluppo delle pratiche educative inclusive

Da aggiungersi a questo, “un’Agenzia per lo sviluppo delle pratiche educative inclusive, che possa occuparsi di mappare, coordinare e monitorare i progetti educativi attivi in tutti i territori, attivando la costruzione di comunità educanti”, in grado di intercettare, inoltre, la dispersione scolastica.

Si evince che basilare diviene, agli occhi del “Patto educativo per Napoli”, la sinergia fra più soggetti (significativo è, altresì, l’auspicio che parte dei fondi del PNRR siano indirizzati in favore della scuola, dell’aiuto alle diseguaglianze!) affinché la battaglia per i giovani non sia solo “cosa di alcuni” ma “di tutti”.

Questo è l’unico modo per dare risposte – chiosa don Mimmo – a “Ciro, nato in un carcere da una madre detenuta e poi lasciato a degli zii che lo hanno abbandonato al suo destino solitario”, o a “Rosa, figlia di due genitori maltrattanti e abusanti, che vive da anni in una comunità… sognando una famiglia”, o ancora ad “Armando che dalla cella di un carcere si riguarda indietro chiedendosi come mai nessun adulto lo abbia salvato quando iniziava a muovere i primi passi tra gli spacciatori sotto casa”.

Per ricordare che dietro questa sigla del “Patto educativo” ci sono volti con nomi, storie, piaghe e un futuro in stand by

Non possiamo sapere, se fosse stato ancora fra noi, cosa Eduardo avrebbe pensato di questo percorso, stufo com’era della stantia filosofia delle “pacche sulle spalle” e degli incoraggiamenti platonici a un ragazzo. Ma, di certo, si sarebbe augurato che… almeno adesso questo impegno potesse essere un’alba della volta buona.

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