Riflessioni sul dopo la morte a partire dal Vangelo della vedova con sette mariti

Ecco una bozza (in vista di un testo più ampio e preciso) di riflessioni sul dopo la morte, a partire da questo testo di Luca 20, 27-38 che ci propone il caso della vedova e i sette fratelli che diventano suoi mariti.

Di padre Gian Giacomo Rotelli

Riflessioni sul dopo la morte

Associati alla morte di Gesù chiediamo sapienza sulla nostra. Maggiore è la nostra familiarità con “nostra sorella morte corporale” (S. Francesco), più siamo uomini liberi.

Del dopo la morte sappiamo poco e nulla, ma qualcosa di fondamentale possiamo dire.

Ad esempio, sul Paradiso non possiamo avere dubbi. Anzi dovremmo pensarci di più, per poi parlarne di più. Ci farebbe bene. La morte non va emarginata dalla vita, ma dovremmo invece familiarizzarci di più con essa. Soprattutto noi che crediamo nel Crocifisso-Risorto. E di qui nel Paradiso. Cfr. anche le parole di Gesù sulla croce al ‘buon ladrone’ (Lc 23, 43).

Primo. Noi risorgeremo.

Perché la relazione del Signore con noi, in quanto relazione di uno che ha vinto la morte, non può morire. Noi siamo le nostre relazioni. Anche lui è le sue relazioni. “Nulla ci separerà… né morte né vita… dall’amore di Dio in Cristo Gesù” (Rom 8, 38-39).

Quindi siamo attesi. “Vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 2-3). Ci attende Gesù. Per farci riposare nel compimento di ogni più profondo desiderio. ‘Eterno riposo’ è un’espressione che potrebbe non piacere, ma io ho cominciato a capirla quando mi sono reso conto che c’è una stanchezza che va accumulandosi dentro di me, anno dopo anno, e che nessuna vacanza cancella.

Cresce conseguentemente il desiderio di un riposo vero, pieno, definitivo. È il soddisfacimento di quello che gli antichi chiamavano “desiderio naturale di vedere Dio”, che raccoglie in qualche modo ogni altro profondo desiderio di pienezza.

“Capacem Dei quidquid Deo minus est non implebit“ (PL 184, 455) (“Il cuore di colui che è capace di Dio non può essere colmato da nulla che sia meno di Dio”).

Secondo. Ciascuno di noi è le sue relazioni, in quanto a esse deve tutto ciò che è.

Se dovessimo prescindere da quanto abbiamo ricevuto dagli altri, che cosa resterebbe di noi? Se io sarò vivo con Gesù, saranno dunque vive anche tutte le mie relazioni. Quando una persona cara muore, sono io che in parte muoio e che comincio a vivere di là, perché lei è una parte di me. Il mio primo pensiero alla morte di mia madre è stato: ci ritroveremo tra poco (perché sempre poco sarà il tempo che ci separa dalla mia morte).

Terzo. Nulla delle nostre relazioni andrà perduto.

A meno che noi non scegliamo di troncare la relazione, nulla andrà perduto della loro intensità, nulla della loro specificità. Per cui non varrà la questione: di chi sarà moglie colei che ha sposato successivamente sette uomini, morti uno dopo l’altro, secondo l’episodio del Vangelo (cfr. Lc 20, 27 – 38)?

Perché non saremo ‘proprietà’ di nessuno o ‘proprietari’ di nessuno. Ci ameremo in pienezza secondo la specificità di ciascuno. Nulla dell’amore che abbiamo vissuto qui andrà perduto e nessuno ci sostituirà nell’amore di un altro. Nessuno sottrarrà nulla agli altri. E nessuno perderà nulla. Liberi da sentimenti di proprietà, saremo liberi dal timore di perdere l’altro (che è l’ansia di questa vita). Ci ameremo finalmente in pienezza secondo quello che siamo. Tutti. Reciprocamente.

“Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (11, 26)

Cioè non si tratta di riprendere con queste riflessioni sul dopo la morte questa o un altro tipo di vita, ma di aver iniziato attraverso la fede, fin da adesso, una vita nuova che non muore, e Lui è colui che alimenta e fa crescere continuamente in questa vita nuova. Che cosa faremo in paradiso? Ci ameremo, cioè cresceremo sempre di più nell’amore attraverso l’amarci.

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