Nuove prospettive nel ripensare le povertà urbane

DI CARLO CELLAMARE
Le città di tutto il mondo sono il luogo di profonde disuguaglianze e ingiustizie sociali, spaziali e ambientali, per lo più esito dell’attuale modello di sviluppo, nonché di grandi povertà urbane.

Tali disuguaglianze sono cresciute nel tempo; accanto alla ricchezza è cresciuta la povertà. In alcune zone di Roma la percentuale di laureati è otto volte inferiore di quella di altre zone più benestanti. Analoghe disuguaglianze le abbiamo per la disoccupazione, i redditi e le differenze di genere. In alcuni casi, tali situazioni di disagio sono conseguenza delle politiche pubbliche. I criteri di assegnazione degli alloggi popolari e la loro organizzazione spaziale, fanno sì che oggi i quartieri di edilizia residenziale pubblica siano i luoghi di concentrazione del disagio sociale “per legge”.

Diversi tipi di povertà urbane…

Permane sempre, in primo luogo, una povertà economica, principale causa del disagio sociale, legata a basse fasce di reddito, alla disoccupazione, alla mancanza della casa, ecc. La crisi legata al Covid-19 ha purtroppo avuto un fortissimo impatto sulla povertà in Italia.

Nel 2019 1,7 milioni di famiglie già vivevano in condizioni di povertà assoluta. Le persone in povertà assoluta erano 4,6 milioni equivalenti al 7,7% della popolazione. In epoca Covid-19, Caritas segnala di aver assistito almeno 450mila persone, di cui il 30% erano “nuovi poveri”.

In secondo luogo, vi è una povertà dovuta agli spazi in cui si vive, legata sia alla conformazione spaziale (grandi strutture edilizie, intensivi, prevalenza del cemento), sia alla disponibilità di attrezzature e servizi. Un terzo livello di povertà urbana è legato al fattore “accessibilità alla città”, ovvero alla possibilità di accedere complessivamente a tutte le opportunità che può offrire una città, sia in termini di servizi che di promozione sociale, qualità della vita, opportunità lavorative e di formazione, ecc..

In alcune aree vi è una concentrazione di tali situazioni, come nel VI Municipio di Roma, la periferia est della Capitale. Infine, emerge una povertà dell’abitare che è data, da una parte, dal complesso delle problematiche precedenti che creano grande disagio sociale, ma, dall’altra, anche dall’impoverimento delle relazioni sociali e della vita collettiva che i nuovi insediamenti determinano, come i quartieri residenziali a ridosso dei grandi centri commerciali o quelli a prevalente carattere securitario.

Roma vista serale del quartiere di Tor Bella Monica
Roma, vista serale del quartiere di Tor Bella Monica

Spesso queste situazioni sono associate con le periferie urbane, sebbene abbiamo tante periferie diverse e non tutte sono associate a situazioni di povertà economica. Queste periferie sono però anche il luogo della solidarietà (che alle volte non troviamo nei quartieri benestanti), dello sviluppo di reti solidaristiche. Lo abbiamo sperimentato durante la pandemia e tuttora sono le situazioni dove si esprime il maggiore impegno e le maggiori mobilitazione sociali. Come dice Hölderlin:

Dove è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza.

Non bisogna pensare però in termini assistenzialisti, ma sostenere il protagonismo sociale e l’autonomia, come ci hanno insegnato in molti, impegnati nelle periferie di tutto il mondo, da don Milani a don Sardelli a Paulo Freire.

A differenza degli stereotipi e dei luoghi comuni, le periferie urbane dove si concentra il disagio sociale sono luoghi vitali, pieni di iniziative sociali e culturali, ricchi di protagonismo sociale e di risposte autogestite ai tanti problemi insoluti. Sono anzi quelli da cui possiamo imparare, laboratori sociali e culturali della convivenza, pur in mezzo a enormi difficoltà.

Papa Francesco ci invita ad andare lì, perché sono i luoghi dove troviamo prospettive per il futuro. Nel suo ultimo libro “Ritorniamo a sognare” ripete ancora:

Per recuperare la dignità del popolo dobbiamo andare nella periferia e incontrare tutti coloro che vivono ai margini delle nostre società. Là si nascondono prospettive suscettibili di donarci un nuovo inizio. Non possiamo sognare il futuro se ignoriamo e non capitalizziamo le esperienze di quello che nella pratica è un terzo della popolazione mondiale. (p. 136)

I movimenti popolari sono “seminatori del futuro, promotori del cambiamento di cui abbiamo bisogno” (p. 143).

Nella loro mobilitazione per il cambiamento, nella loro ricerca della dignità, vedo una fonte di energia morale, una riserva di passione civica, capace di rivitalizzare la nostra democrazia, di riorientare l’economia (p. 137).

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