24 Aprile 2024
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La Croce di Cutro

IDA NUCERA

Forse dopo l’ennesima tragedia del mare bisogna abbassare i toni, che non significa tacere sulle responsabilità negate, sulla vergogna non provata e la verità negata nella perversa catena del potere che governa questo paese. Sulla partecipazione di centinaia di persone giunte in Calabria per dare omaggio a quei morti e manifestare.

Però un po’ bisognerebbe fare come il sindaco di Firenze che, intervistato, ha chiesto qualche giorno di silenzio per elaborare l’accaduto. Non perché non ci sia niente da dire. Ma a volte non basta soltanto avere chiaro da che parte si sta: bisogna avere chiara certezza di cosa ciascuno può fare concretamente, per non restare tra coloro che si emozionano un attimo e, spenti i riflettori, tornano ad abitare l’indifferenza colpevole. C’è chi ha vissuto quell’orrore da troppo vicino e ancora lo porta dentro.

Cutro, dove si trova Cutro?

Se non si è mai stati a Crotone, appena poco distante, è difficile conoscere quel paese dal nome di origine greca. Né si conoscono quelle spiagge sconfinate e deserte, quel mare immenso, senza uno stretto ad arginarlo. Niente si sa di quella gente che ti accoglie, con la sua parlata diversa, dagli accenti finali, pur essendo calabrese come te.

Crotone sta a Nord-Est della Calabria, è forse l’unica città calabrese ad avere in centro una passeggiata con i portici. È aperta sul mare Jonio, dove d’estate i bambini possono giocarci dentro senza rischi, perché chiunque può passeggiare per decine di metri con l’acqua che accarezza le gambe, senza il rischio di andare a fondo. Già, i bambini. Il mare d’inverno è diverso. Burrascoso quando i venti flagellano la costa. Non è più adatto se hai 3, 4, 5 anni, anche di più. E resti su un barcone di legno per ore e ore, con onde altissime, fino a che la secca non squarcia il ventre dell’imbarcazione.

Non è colpa del mare, però

Ne è convinto anche un uomo di queste parti, un artista, Maurizio Giglio (l’uomo con la barba che tiene la croce nella foto qui sopra). Ne abbiamo parlato insieme, si è fatto raggiungere, nonostante sia ancora provato dall’esperienza vissuta su quella spiaggia. Non ha dimenticato il senso profondo delle cose che contano, possiede sensibilità e umiltà che gli permettono di esprimere con le mani un’arte che fa di lui uno scultore e un artigiano insieme.

Maurizio Giglio, lei è molto legato al mare, una sua mostra del 2017 si chiama Talassa. Il mare non ha colpa, vero?

Il mare non ha colpa, no. L’ho detto anche al mio carissimo amico, Mimmo Calopresti. Io raccolgo legni, tronchi, alghe, conchiglie. Tutto quello che il mare mi dà dopo le mareggiate, gli dò forma e nuova vita. Aspetto sempre che il mare mi porti qualcosa dal suo profondo, così come aspettava mio padre, che era pescatore, dopo la mareggiata per andare a gettare le reti.

Questa volta invece i suoi occhi cosa hanno visto?

Sulla battigia solo morte e sogni infranti.

Lei ha detto, toccando quel legno con cui ha realizzato la croce, che non avrebbe mai voluto realizzarla.

Mai. E non sono orgoglioso di questa opera, anche se è la più conosciuta e la più condivisa.

Però ha un significato che va oltre…

Quest’opera ricorderà per sempre questi morti in mare, non saranno cancellati dalla mente delle persone. Guardando questa croce si ricorderà quello che è accaduto.

Toccando questa croce lei cosa ha provato?

Si sentono le urla di quei poveri disperati. Sono andato a raccogliere i pezzi su consiglio di don Francesco Loprete, parroco di Isola Capo Rizzuto, che mi ha chiamato e mi ha detto: “Maurizio, vedi che per la Via Crucis di Steccato di Cutro, ci vuole una croce in memoria delle vittime”. Ho risposto che anch’io ci avevo pensato e che mi trovava d’accordo. Così, siamo andati proprio sul luogo del naufragio. Era pieno di pezzi di legno, ma anche le scarpe di bambini, i peluche. È stato terribile, terribile.

Gli amici della Capitaneria di Porto, mi hanno detto: “Quando abbiamo visto tutto questo legname abbiamo pensato a te, sapendo che raccogli sempre questi oggetti portati dal mare”.

Io non avrei mai toccato nulla di queste cose, per realizzare qualcosa che venisse commercializzato. Mai l’avrei fatto. Piuttosto ho chiesto il permesso di portar via qualcosa per la Via Crucis. Mi è stato detto di prendere quel che volevo, intanto che il parroco chiedeva alle altre autorità il consenso dovuto. Però, mentre prendevo questi pezzi di legno, ho visto la telecamera che mi riprendeva. Mi sono innervosito…

Come se potesse essere equivocato il suo gesto, come se stesse violando qualcosa di sacro…

Sì, quei giornalisti non conoscevano le intenzioni che avevamo, potevamo essere scambiati per turisti venuti a fare un selfie sul luogo della strage, a prenderci un souvenir da portarci a casa, un pezzo di barca. Così ho gettato quei legni per terra e ho chiesto di cancellare la ripresa.

Sentendomi interpellata, ho nuovamente ringraziato Maurizio per aver accettato l’invito, che avveniva nel rispetto e nella consapevolezza del gesto da lui fatto, costruendo la croce… Lasciando ad altri karaoke e passerelle…

Per carità. Guardi, le dico una cosa: mi creda, io non sono né di destra, né di sinistra. Secondo il mio modo di pensare mi dicono che sono di sinistra: non sono razzista, non sono omofobo, sono per l’accoglienza, per gli ultimi, i poveri disperati. Apprezzavo molto fratel Biagio, prima che lo conoscessero tutti, dopo la morte. Io l’avevo conosciuto prima.

Portava la croce sulle spalle anche lui…

Non era un uomo di chiesa o di potere, stava con gli ultimi.

Questa sua croce ha una forma particolare, può descriverla e raccontarci cosa ha scelto per realizzarla?

La sua forma sembra essere venuta per caso. Quel giorno c’erano con me il parroco di Isola Capo Rizzuto, due signore con i loro bambini. L’unica macchina civile era la nostra, per il resto solo forze dell’ordine. Mi sentivo in imbarazzo, un po’ mi vergognavo di scendere mentre facevano i sopralluoghi. Poi, mi sono fatto forza e abbiamo detto di lasciarci lì e andare oltre, perché quello non era uno spettacolo adatto ai bambini. Siamo scesi solo io e il parroco. Dopo l’episodio delle telecamere, e il timore che passasse un messaggio sbagliato, che potessimo passare per sciacalli, avevo lasciato il legno preso e pensavo solo ad andare via. Ci siamo incamminati lungo la spiaggia, dove le onde avevano sparpagliato molti altri pezzi del barcone.

Mentre procedevamo sulla battigia, ho visto un altro pezzo, sul quale c’era un bullone. Ho detto: “Don Francé, questo con l’altro più lungo che ho abbandonato prima, la croce è fatta!” Ma non avevo il cuore di tornare indietro.

Raggiunte le due amiche, vedo che avevano trovato altri pezzi di legno. La coincidenza ha voluto che due avessero entrambi un bullone… Ero incerto sui bracci della croce, poi ho avuto un’intuizione e ho detto a don Francesco: “Se questo è il braccio di Cristo appeso alla croce, perché non immaginiamo che l’altro, più lungo, lo stende verso l’umanità?” Quando ho detto questo lui mi ha risposto: “Maurì, basta così, la croce è fatta!”

Questa sarà una croce itinerante, vero?

È stata già nella parrocchia di Strongoli, un paese qui vicino. Ieri nella parrocchia di Cutro. Alla manifestazione, in realtà, non avrei voluto vederla, perché non vorrei fosse strumentalizzata. Io sono andato alla manifestazione e non sapevo della croce, avevo con me soltanto un ramoscello di ulivo in mano, simbolo di fratellanza e di pace e non avrei voluto vedere bandiere vicino alla croce.

Maurizio, grazie per questa sua intervista, non era né scontata, né semplice per un artista come lei, che vive la sua arte con semplicità e riserbo.

Posso dirle un’ultima cosa? Quanto è accaduto mi ha cambiato tanto. Io non sono più come prima, dentro di me percepisco tanta sofferenza, tanto dolore… È cambiato tutto. Vorrei tanto che si smuovessero le coscienze dei potenti.

Lei ha detto di aver sentito nel profondo quelle urla, toccando il legno della Croce. Forse è come se quelle storie, quegli uomini, donne e bambini la abitassero ancora, le stessero parlando, cagionandole sofferenza… Forse deve ancora lavorare su questo, usare le mani, il cuore, gli occhi, per mettere in connessione ciò che ha racchiuso dentro di questa esperienza ed esprimerla, glielo auguro di cuore.
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