In una lettera di congedo l’abbraccio fra padre assistente e la sua Comunità Cvx

Padova, 13 giugno 2021
Alle Cvx “Benvenuto” e “Famiglie oltre” 
Cari voi tutti,
                 sono il “padre Giorgio”, voglio comunicarvi che nel prossimo mese (non so ancora la data precisa) andrò ad abitare con i gesuiti di Gallarate, non però per la consueta vacanza di agosto, poiché il mio sarà un viaggio senza ritorno.
Tempo fa, i miei confratelli di qui si opposero, ora acconsentono, acconsente anche il P. Provinciale con il quale ho parlato. I motivi del trasferimento? O meglio: del mio stesso desiderio di trasferimento? Tra poco compio i miei 90 anni, abito a Padova dal lontano1988.

Non ve ne sono altri, proprio no, ve lo garantisco

Ma bisogna intendersi: i 90 anni non sono un puro numero, avverto sempre di più – anno dopo anno – che qualcosa non funziona come prima, per esempio nel camminare ho delle incertezze. Ma questo è soltanto un esempio, il nostro corpo infatti lo sentiamo in tante maniere, e in più di una io lo sento indebolito.
Io abitai in quella nostra casa di Gallarate dapprima come giovane studente di filosofia (anni 1955-1958), poi come docente. Per molti decenni, infatti, quella fu una dimora per giovani studenti gesuiti, ora è una dimora per gesuiti anziani e (anche) per gesuiti infermi, infermi per età si intende.
Vedete come cambia il mondo? O, forse, cambiano soltanto alcune piccole cose del nostro mondo? Comunque sia, siate sicuri: là avrò tutto quello che mi serve, libri e giornali compresi. Ma contano molto di più i tanti confratelli conosciuti da giovane e che là rivedrò: spesso sono missionari ritornati da varie parti del mondo, molti dall’Africa (Ciad, Congo, Madagascar). Ci rivedremo, e ci parleremo: è bello!

Ma adesso vorrei parlare di voi e con voi

Le due Cvx io le avverto abbastanza diverse. Persone di mezza età l’una, persone più giovani l’altra; genitori con figli già adulti (e spesso in altre contrade), genitori con figli più giovani, forse addirittura piccoli; persone tranquille, da una parte, persone molto animate dell’altra.
Voi tutti ben sapete quanto sto per dirvi: senza alcun ricordo di volti buoni, noi non potremmo viver contenti e – forse – neppure aver fede in Dio. Certamente: quei volti sono anzitutto quelli di papà e mamma, della sposa e dello sposo, poi i volti dei fratelli, poi – ancora – i volti di persone che in vario modo hanno influito su noi stessi (io, per esempio, ricordo i volti di alcuni mei docenti e compagni di classe). E poi …e poi… cammina e cammina, a un certo punto ci siete anche voi: compaiono i vostri volti.
Fare dei nomi è cosa delicata, ma – soprattutto – voi mi siete presenti come gruppo: impossibile ricordare un volto senza unirlo a quello di altri, anzi del gruppo tutto. Quel gruppo conosciuto sia da quando ci si vedeva “in presenza” (da poco tempo è nata questa espressione), sia da quando ci si vede via zoom.
Però, però… come non fare il nome di Gioele? Quando ci si incontrava il sabato si giocava assieme: io gli gettavo addosso il mio maglione e lui – tutto felice – lo gettava a terra, una volta, due volte, tre volte, poi si facevano dei gradini, si entrava nelle nostre stanze e si mangiava una caramella. E come dimenticare la bimba che leggeva e leggeva, sempre col libro in mano? E il suo fratellino dolce e pensoso? E i cinque figli di altri, voi due, genitori?
Più recentemente, ho rivisto assieme a voi, via zoom, quel padre e quella madre che hanno accolto (forse oltrepassando il parere dei medici e certamente la consuetudine) la figlia malata, prima ancora di poterla vedere e accarezzare, e che ora la portano nelle loro braccia.  L’hanno veramente desiderata e veramente accolta: più accolta di così non è poss
Ecco ciò che parla e aiuta.
E così, camminando e camminando assieme, siamo giunti alle parole di Gesù: “prendete, è il mio corpo”, “nelle tue mani o Signore”, “donna ecco il tuo figlio”.
Il vostro padre Giorgio Nardone
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