La mascherina dell’indifferenza

Pensieri ad alta voce | Rubrica di Cristiani nel MondoDI IDA NUCERA (Cvx di Reggio Calabria)

Reggio è stata, prima dei decreti criminali sui respingimenti, un avamposto sul mare, che ha accolto chi non era stato sommerso nel Mediterraneo. Dopo, niente più sbarchi al porto e i volontari possono solo ricordare le storie, i volti, gli occhi dei salvati.

Chi ha visto non dimentica mai

L’orrore oggi continua nei campi profughi in Grecia e sulle montagne ai confini con l’Europa. Chi tace è complice dei respingimenti, sia in mare che in terra; quando si evitano le immagini che giungono da organizzazioni come Medici senza frontiere, si è complici.

Dove eravamo, quando l’orrore si compiva ad Auschwitz?

Non eravamo ancora nati, potremmo rispondere in molti.

Dove siamo, quando l’orrore continua sulle rotte balcaniche?

Alcuni, protetti dietro l’alibi di una mascherina, stanno attenti a non farsi colpire dal virus e scelgono l’oblio. Altri, messi a nudo da quei bambini infreddoliti e con indumenti inadeguati, vorrebbero non dimenticare, anche se fa male misurare l’impotenza e il pensiero impronunciabile che agguanta dal profondo.

Forse è più pietoso il mare che in un attimo sommerge, piuttosto che una morte lenta di stenti, di fame e di freddo? Forse è meglio la tomba sott’acqua, piuttosto che le gambe spezzate dai soldati bulgari, dei loro cani che azzannano, dei manganelli elettrici? Di quando portano via le scarpe per far cadere le dita dei piedi assiderati, ponendo fine al terribile gioco d’essere riportati più volte a bastonate al punto di partenza?

La Giornata della memoria ci interroga per il collegamento che pochi fanno, ma che è ineludibile tra ieri e oggi…

Uno dei più seri scrittori dell’indicibile che dai lager giunge fino a noi, il triestino Paolo Rumiz, che sin da bambino ha visto profughi passare dal suo confine di Nordest, narra su “Robinson” di Repubblica una storia di orrore che noi risparmiati, tendiamo a dimenticare. Invece va “saldata” e trasmessa, anche e soprattutto in questo momento di crisi sanitaria che ci spinge al ripiegamento.

Lo scrittore racconta “il ruolo del silenzio nella rimozione degli orrori”. Degli aguzzini e dei crocifissi. E di tutti gli altri che, in ogni tempo, sanno e tacciono. Oggi, dopo vent’anni, lo scrittore rivela una storia che non era riuscito a tirare fuori e che gli era rimasta conficcata dentro come un arpione arrugginito. Della famiglia di profughi del Nuristan, accolta in un campo e rimasta in silenzio per settimane come morti viventi. Un segreto che nascondeva una scelta indicibilmente tragica. Sulle montagne, due dei quattro bimbi stentavano a proseguire, stremati. Il padre doveva scegliere se far morire tutti oppure no. E scelse come Sophie del film di Spielberg…

Altro non può essere detto perché ti dilania dentro. Però leggendola, siamo grati a chi ce l’ha consegnata tra le mani, perché comprendiamo che è diverso il silenzio di chi si volta dall’altra parte e quello di chi sceglie che “non è più possibile dire di non sapere”. Anche se quel dolore non troverà mai parole per descrivere “la crocifissione di quelle anime”.

Sapere ci impone di dissentire, abbassare per un attimo le nostre asettiche mascherine e alzare le nostre deboli voci di europei, che scelgono di poter rispondere ai propri figli e nipoti dove si trovavano mentre l’Olocausto continuava a consumarsi.
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